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EDITORIALE

Salario minimo: Una proposta irresponsabile e pericolosa

di Domenico Cacopardo -

16 marzo 2019, 14:37

Salario minimo: Una proposta irresponsabile e pericolosa

Se c’è un giudice a Berlino, a Roma non c’è chi si occupi delle conseguenze delle azioni governative. Penso alla proclamazione della nuova proposta, formulata - di fronte ai sindacati - dal vicepresidente
del consiglio, ministro del welfare, ministro dello sviluppo economico, capo del partito 5Stelle, Luigi Di Maio: un salario minimo per i lavoratori, probabilmente dell’industria, deciso per legge.
Chi può non essere d’accordo con questa iniziativa, presentata alla vigilia del confronto elettorale europeo? Chi ha il coraggio di dire di no, come ha fatto per decenni il sindacato geloso della propria autonomia contrattuale?
In verità, qualche osservazione occorre formularla, a futura memoria e per l’attualità, visto che chi tace acconsente ed è complice. Il salario minimo già esiste in natura: è quello sotto il cui livello non si trovano lavoratori disposti a lavorare. Un paradosso che serve ad aggiustare la mira.
Ma c’è anche il resto. La storia (testé rimossa dalle licenze liceali) ci ha insegnato che nell’andamento ciclico dell’economia, i lavoratori e le loro rappresentanze sono (negozialmente) forti nei periodi di crescita e deboli nei periodi di crisi. Non a caso la lunga crisi che abbiamo attraversato e stiamo attraversando come cittadini del mondo e come italiani ha messo tra parentesi il sindacato, soprattutto la Cgil, finita nelle mani di un radicale come Landini.
Allo stato attuale, la disoccupazione è ancora a due zeri e i segnali del dopo «decreto dignità» sono deludenti-preoccupanti.
Le fabbriche non tirano. Non tira il terziario. Gli investimenti privati languono. E languono gli investimenti pubblici. E non solo quelli incappati nelle inestricabili maglie del codice degli appalti, ma anche gli altri, già affidati. In alcuni casi, si è trattato di un improvviso disco rosso che comporta la cancellazione di migliaia di posti di lavoro. Non solo la Torino-Lione, ma la Gronda ligure, la paralisi delle trivelle in Adriatico (10.000 posti di lavoro), il no al gasdotto Israele-Cipro-Italia e altri imprevedibili niet.
Chi osserva senza pregiudizi, comprende che il salario minimo è un altro contributo alla disaffezione dell’imprenditore italiano e comporta in tutti i settori in cui questo è possibile (vedi il caso «riders») l’immersione nel nero di migliaia di lavoratori, possibilmente utenti del reddito di cittadinanza.
Le aziende, del resto, non hanno opportunità occupazionali da offrire ai componenti della massa. Opportunità ci sono - e tante - per lavori specializzati privi o quasi di aspiranti. Questo «misfit» tra domanda e offerta (anche per colpa di un sistema di uffici del lavoro incapace di favorire l’incontro) è una delle ragioni della rinuncia all’espansione in Italia e, spesso, delle delocalizzazioni.
La soluzione di questo problema non è certo nel reddito di cittadinanza, nel salario minimo o nell’irrigidimento delle normative.
Un’ultima constatazione. L’imprenditore seleziona i suoi occupati in base a due fattori: competenza e impegno. I lavoratori che posseggono queste due qualità sono preziosi e difficilmente l’imprenditore ne potrà fare a meno. Essi sono padroni del loro destino e possono dettare le proprie condizioni economiche. E se accade una crisi aziendale che li privi dell’occupazione, saranno i primi a ritrovarla. Per essi, il salario minimo non serve: sono capaci di amministrarsi da soli. Per gli altri, il salario minimo è una provvidenza sovietica (un sistema nel quale la retribuzione non era connessa al lavoro, ma solo una misura di welfare) che deprimerà il mercato, spingendo il Paese verso un’ulteriore depressione. A conferma che a Roma, purtroppo, non c’è chi si occupi delle conseguenze delle decisioni del governo.
DOMENICO CACOPARDO
www.cacopardo.it