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EDITORIALE

Silvio, Matteo e il bisogno di un accordo dopo la rissa

di Vittorio Testa -

20 marzo 2019, 14:12

Silvio, Matteo e il bisogno di un accordo dopo la rissa

Non è azzardato credere che sarebbe il lessico della perduta amicizia, se si potesse ascoltare che cosa pensano davvero l’uno dell’altro Berlusconi e Salvini sotto giuramento di reciproca sincerità. Ormai giunti alle soglie dei materassi, il Cavaliere ha il faccino sempre ingrugnato come un triste emoticoj davanti al crescente pieno di consensi per il leader leghista. Il quale non perde occasione di voler dimostrare d’aver affrancato definitivamente i “fu Lumbard” dalla tirannia del Cavaliere di Arcore che aveva portato la Lega di Bossi a condizioni di benessere politico in cambio di una sudditanza lucrosa di attestati d’amicizia più che di voti.
Si sa com’è andato via via infittendosi in una quotidiana somma di malumori il nevrotico rapporto tra i due: la campagna elettorale avvelenata dalla gara per la leadership del centrodestra; le stilettate di un Berlusconi sprezzante dell’ambizione premieristica di Salvini poi uscito vincitore dal confronto. Infine la nascita della maggioranza “innaturale”, il famigerato ircocervo, figlio del connubio ritenuto dal Cavaliere un rischio mortale per il Paese. Si è arrivati a far risuonare vocaboli e allegorie devastanti: «Siete favorevoli a questo governo? Felici di aver messo nelle mani di incapaci l’economia e il futuro dei nostri figli?» diceva tre giorni fa uno stizzito Berlusconi in campagna elettorale da alleato (!) della Lega: «Guardatevi allo specchio e chiedetevi “sono furbo o sono un coglione?”.

La risposta è una: siete dei coglioni». Figurarsi se Salvini amante della rissa non ci si buttava: «Ecco qui il coglione che però è uomo che onora la parola data: io non tradisco il patto con gli elettori, ho firmato un patto per cinque anni e non lo tradisco né per i sondaggi del 34 per cento, tantomeno per gli insulti di qualcuno. Con Berlusconi governiamo bene a livello locale. Al governo bastiamo noi e i Cinquestelle guidati da una persona seria e coerente come Luigi Di Maio». Il Cavaliere dalle ambizioni spaziali ridotto a comprimario di seconda fila? Ah, Salvini! Basta sentirne l’eco per indurre Berlusconi a perdere l’autocontrollo in privato e fare esercizi spirituali per non trascendere in pubblico. Ora è ormai chiaro che di questo passo il centrodestra è alle soglie della dissoluzione, Forza Italia non più ritenuta alleato indispensabile dal vicepremier e ministro dell'Interno.
Ma c’è un ma: in politica il “mai” è aleatorio, è un roboante grido propagandistico destinato quasi sempre a soccombere davanti alle esigenze del più o meno legittimo compromesso politico, a seconda se serva a un’operazione di puro potere o a un accordo virtuoso per il bene di tutti. Mancano ancora molti giorni alle elezioni europee, i sondaggi sono bolle virtuali, l’economia sta andando maluccio, ogni giorno è un combattimento tra Lega e M5S, mentre ci si accapiglia sulla Flat-Tax la pressione fiscale è aumentata di mezzo punto percentuale. La Tav, i Tap, le pensioni: tutto è materia di contrasto, il presidente del Consiglio Conte compie acrobazie verbali che si afflosciano su se stesse, un «cercheremo la soluzione virtuosa per il bene del Paese», un «ci aspetta una formidabile ripresa nel corso dell’anno» di temeraria esibizione. Salvini punta a dimostrare d’essere in grado di poter fare a meno di Forza Italia: ma quando? Con elezioni anticipate dopo le europee? «È tutto da vedere: il Nord e il mondo imprenditoriale sono scontenti: e non è detto che possa pagarne le conseguenze soltanto Di Maio. Più d’uno comincia a pensare che Salvini, oltre a chiudere i porti, abbia finora parlato tanto e combinato poco, subendo di fatto i “no” dei Cinquestelle. Molti si vanno convincendo che Salvini e Berlusconi farebbero bene a deporre l’ascia di una guerra tra “alleati” che finirà per distruggere quel centrodestra che, al di là delle opinioni, ha saputo governare non certo peggio di questo governo gialloverde.
VITTORIO TESTA
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