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E' caccia all'errore nella fiction "Il nome della Rosa"

24 marzo 2019, 12:42

E' caccia all'errore nella fiction

"Errare humanum est, perseverare autem diabolicum", direbbe il Guglielmo da Baskerville nato dalla penna di Umberto Eco, di fronte agli errori storico-artistici disseminati nella fiction 'Il nome della Rosà in onda su Rai Uno. A trovarli, in una caccia al tesoro tra statue e affreschi, sono stati gli studenti del corso di Storia della critica d’arte tenuto dalla professoressa Alessandra Galizzi Kroegel nell’ambito del corso di laurea in Beni culturali dell’Università di Trento, che nel loro blog riportano gli strafalcioni puntata per puntata.
Se il buongiorno si vede dal mattino, nella scena della prima puntata ambientata nella stanza dell’abate appare una statua raffigurante la Madonna stranamente priva di basamento, con parti rifatte con un legno diverso forse per effetto di un restauro, e caratterizzata da una posa serpentinata che non è tipica del Trecento ma che appare solo dal Cinquecento in poi. Nella seconda puntata, quando Guglielmo da Baskerville va dal mastro vetraio per farsi fare un nuovo paio di occhiali, il novizio Adso adocchia il disegno preparatorio per alcune vetrate, dove si notano due angeli: uno risale ai primi del Quattrocento mentre l’altro alla fine dell’Ottocento. Si passa così alla terza puntata, dove Adso si imbatte in due miniature che raffigurano una donna e un uomo frutto dell’immaginazione di un disegnatore moderno. Effetto 'minestrone" invece per la facciata dell’abbazia della quarta puntata, che al centro presenta una statua in una posizione insolita per l’epoca, oltre che una una sirena a doppia coda nella lunetta sopra la porta che è fuori contesto in quanto simbolo di peccato o fertilità: simili sirene si possono trovare nelle chiese romaniche, ma sui capitelli. E ancora, nella quinta puntata, compare un ciclo di affreschi sulla Maddalena, soggetto inusuale per una sala capitolare dove si tiene una disputa teologica, mentre nella sesta puntata pullula di errori anche la sala del refettorio. «Umberto Eco si rivolterebbe nella tomba a vedere che nella sua storia ambientata nel 1327 appaiono vetrate ottocentesche prese da chiese americane», commenta Alessandra Galizzi Kroegel. «La fiction è interessante e ben fatta, ma fin dai titoli di testa si capisce che il libro è stato preso con lo stesso atteggiamento con cui si affronta un fantasy come 'Il trono di spade": 'Il nome della rosà però è un romanzo storico scritto da un medievalista molto rigoroso, e per questo le scelte del contorno storico artistico non si possono inventare».

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