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IL RACCONTO DELLA DOMENICA

Il paesino del «basilicò»

di Lina Pancaldi Schianchi -

24 marzo 2019, 15:58

Il paesino  del «basilicò»

Era un paesino rivierasco del Po. La famiglia di Adua ci era capitata per necessità: il marito era stato trasferito laggiù, e lei e Stefano, il loro bimbo, lo avevano seguito.
Dalla città era stato un salto di pessima qualità. I negozi erano di vecchio stampo, e pochi. La macelleria l'aveva quasi spaventata: uno stanzone che ricordava un macello, le bestie appese al soffitto con grossi uncini: appena entrati, bisognava schivarle. Un grande bancone circondava il tutto, per accedervi si salivano cinque gradini. Il piccolo Stefano aveva paura e piangeva.
Ciò che la signora Adua amava era il profumo che proveniva dal fornaio. In città non si sentiva quella fragranza: cesti colmi di pagnottelle e cornini tipici di quella zona. Soprattutto i dolcetti, che chiamavano «crostoni», riempiti di crema. Ci pensava la Susanna, la figlia del fornaio, a mettere il ditino su quei pasticcini, sempre che la mamma non la vedesse. In quel paese tutto era di una genuinità sorprendente.
Dalla fruttivendola la signora Adua aveva un corteggiatore: il commesso, un tipo strano. Paolone, quando la vedeva entrare, correva nel retrobottega a prendere le erbe aromatiche da darle in omaggio. Sapeva che usava molto basilico: lui lo chiamava «basilicò». E lei era diventata la signora del «basilicò», con l'accento finale.
Si sapeva tutto di tutti. Era un paesino di gente semplice. Lei era la signora straniera, e così si sentiva.
Era la «cittadina» che, quando usciva, avvertiva gli occhi addosso. Si faceva notare per quel tocco di eleganza che la distingueva mentre Stefano era il signorino con i pantaloni all'inglese: parlava un italiano corretto a differenza dei suoi compagni che avevano una spiccata cadenza dialettale. Per lui gli amici erano tutti cugini. Un giorno sembrò più felice del solito.
Aveva imparato una parola che lì ripetevano spesso. Disse: «Mamma, oggi è la "giobia" (il giovedì), andiamo anche noi al mercato».
Il paese era collegato alla stazione attraverso il ponte di chiatte sul Po, più di cinque chilometri di strada senza mezzi di comunicazione.
Non c'erano telefoni nelle case. In un bar c'era un apparecchio pubblico, unico contatto con il mondo.
E poi una corriera che tutti giorni portava alla città più vicina. Il bar era gestito da una cicciona occhialuta che aveva una peluria sotto il mento, come contorno del viso. La chiamavano Cavour. Il telefono era Cavour, e Cavour era il telefono.
Qualche invito a casa dei colleghi di suo marito era un grande diversivo. E poi l'estate, sulle calde sabbie del Po, Adua passeggiava con Stefano, ma non era permesso fare il bagno perché le acque erano profonde.
Una villeggiatura povera, ma ricca di episodi: il pescatore che alla fine della giornata vendeva il pesce; il ponte in chiatte che si apriva di frequente per lasciare passare le petroliere. E poi un giorno arrivò una lettera al marito e d'improvviso tutti furono riportati alle stelle. Finalmente tornavano in città.