Sei in Archivio

EDITORIALE

Come è scivolosa la Via della Seta

di Aldo Tagliaferro -

25 marzo 2019, 15:49

Come è scivolosa la Via della Seta

Come spesso accade in Italia, la visita del presidente cinese Xi Jinping che ha portato alla firma del Memorandum of Understanding lungo l'asse Roma-Pechino è diventata terreno di scontro politico rigorosamente nazionale rischiando di farci perdere di vista gli orizzonti nel quale inquadrare l'operazione. Non ci si è limitati alla consueta dialettica con cui le opposizioni accusano il governo (solo in parte a ragione) di aver tessuto una tela oscura con un partner che non rispetta diverse regole - etiche e commerciali - ma è andata a finire che all'interno dello stesso esecutivo Lega e 5 Stelle si sono divisi, curiosamente con Salvini distante da un accordo che dovrebbe favorire il suo bacino di elettorato, ovvero le imprese.
Curioso anche che i Cinque Stelle atterriti dalla Torino-Lione spalanchino le porte al più grande progetto di infrastrutture da Vladivostock a Lisbona, per di più alternativo ad alcune rotte europee. Comunque, al di là delle baruffe da cortile, quello che desta seria preoccupazione è la debolezza politico-economica dimostrata da un'Europa nella quale ogni Paese si muove per proprio conto. Tessere relazioni con la seconda economia del mondo non solo è opportuno, è doveroso. Però un conto è tentare di farlo con accordi bilaterali, un altro mettendo sul tavolo la potenza di fuoco dell'Unione Europea.

I nostri partner strategici (Ue e Stati Uniti) sono allarmati perché un Paese del G7 si spinge per la prima volta verso un abbraccio mortale con il Dragone. Avrebbero ragione se avessero la coscienza pulita: in primo luogo la distruzione del multilateralismo messa in atto da Trump non può che spingere la Cina verso strade alternative e Washington non può ignorare che fin dal 2013 la Belt and Road Initiative punta a costruire sulle infrastrutture euroasiatiche le basi per un'egemonia economia cinese. E l'Europa? Berlino - che peraltro si permette un sontuoso surplus commerciale con la Cina - è stata la prima a battere la nuova «Via della Seta» (a Duisburg arrivano dalla Cina quasi centomila convogli merci all'anno) concedendo che capitali cinesi si impossessassero di settori strategici dell'industria, come la robotica. La stessa Francia ha badato soprattutto ai suoi interessi commerciali nel Far East e Londra non si fece scrupoli a entrare nella Asian Infrastructure Investment Bank - il braccio armato della strategia di espansione di Xi Jinping - in cambio della possibilità di regolare i contratti in yuan nella City. Ai tempi Barack Obama aveva cercato di mettere tutti in guardia, ma il mercato cinese fa gola a tutti. Insomma, business is business, così economia e politica hanno prese strade differenti.

Torniamo a noi. Gli accordi firmati sabato da Italia e Cina aprono sicuramente alcune prospettive interessanti per il nostro sistema infrastrutturale e per le nostre imprese (pensiamo all'apertura dell'export di carni suine), però è evidente che la politica cinese è pericolosa: chiamarla «Nuova Via della Seta» è stato un colpo di genio del marketing, ma nasconde un veicolo di espansione geopolitica partendo da pratiche commerciali scorrette perché sovvenzionate dallo Stato, un capitalismo diretto dall'alto che è solo di facciata, una politica che prima attira offrendo grandi opportunità poi strangola perché le condizioni sono dettate dal più forte. Sono caduti nella trappola del debito preparata da Pechino Paesi sicuramente più deboli dell'Italia (Sri Lanka il caso più eclatante) ma è evidente che gli accordi bilaterali sono estremamente pericolosi perché le condizioni finanziarie e industriali sono dettate dalla parte più forte. Non per niente nel memorandum di intesa compaiono anche settori nevralgici - le telecomunicazioni in primis - che forse sarebbe stato meglio tenere fuori.
Non pensiamo poi che questo accordo inauguri una nuova era: l'interscambio Italia-Cina è fitto da tempo (30,8 mld le importazioni lo scorso anno a fronte di 13,2 mld di export) e in crescita negli ultimi 5 anni. La Cina ha già acquisito realtà importanti in Italia (citiamone due arcinote, come l'Inter e la Pirelli) comprese infrastrutture strategiche come i porti: Cosco è già a Vado Ligure e ha lasciato Napoli e Taranto è solo perché non erano convenienti.
Ma chi avrà capito la lezione? Bruxelles considera la Cina un «rivale sistemico» eppure fatica a creare un fronte comune: martedì Macron riceverà all'Eliseo Xi Jinping insieme ad Angela Merkel e Jean-Claude Juncker; sembra, in vista del vertice Ue-Cina del 9 aprile, una risposta al velleitarismo italiano. E un invito al «divide et impera» con cui la Cina sta conquistando l'Europa.