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EDITORIALE

Lo ius soli, un anello nel difficile percorso dell'integrazione

di Enrico Solmi* -

31 marzo 2019, 19:44

Lo ius soli, un anello nel difficile percorso dell'integrazione

Il felice esito dell’attentato al bus di Cremona e la reazione provvidenziale dei giovani Rami e Adam ha, come tutti sanno, innestato di nuovo il dibattito e la polemica sullo ius soli e, come spesso avviene, tematiche importanti vengono riprese su un’ onda di emozioni. Ma il problema è lo ius soli? Credo che l’attenzione vada spostata allo ius gentium (il diritto delle genti), proprio perché si basa sullo ius vitae (diritto alla vita) per tutti. È di questo che si tratta. Lo ius soli è solo un anello di un percorso che, lungi dall’essere lineare, resta ancora molto problematico. Penso al diritto di tutte le persone a vivere con dignità e a realizzarlo nel mondo. Claribel Alegria, scrittrice salvadoregna, asseriva con forza che – ad un certo punto della sua vita - alla domanda: «di dove sei?» avrebbe risposto: «del pianeta». E questo non rifiutando le tradizioni, la cultura, il dramma e le contraddizioni del suo popolo, ma allargando lo sguardo, conscia che tutti gli uomini sono beneficiati dai beni della terra. Si origina un modo di pensarsi diverso secondo l’immagine del parmigiano Guido Conforti che vede il mondo come un’ unica famiglia. Un’unica famiglia e un’unica casa, nella quale entrare per cercare una vita dignitosa per sé e per i propri congiunti. Possiamo parlare di un diritto a vivere che è alla base del diritto a muoversi. Esso comprende necessariamente doveri e normative, ma non più retti dalla chiusura sospettosa, ma dal riconoscere l’altro portatore di un contributo da scambiarsi in un dialogo vero, nel quale non si rinuncia alla propria identità.
Essa non è divisiva e difensiva, ma leale punto di partenza di uno scambio di stili di vita, per incontrarsi, confrontarsi e dare luogo ad una comunità rinnovata. Il contesto attuale, inoltre, mostra segnali forti che non possono essere negati. Tra questi la situazione geopolitica di tanti Paesi del Sud del mondo, gravati dai cambiamenti climatici, vessati da forme di neo colonialismo, con responsabilità anche nostre, da carenza di democrazia e, di conseguenza, da guerre croniche che creano miseria, tolgono il futuro, in particolare, ai tanti giovani che ancora popolano quei Paesi. Dall’altro, la condizione dell’Europa e in particolare dell’Italia, sprofondata in una tragica crisi demografica e con il fiato corto di una società vecchia non solo anagraficamente.
Non possono più andare vani i tentativi di invertire questa tendenza, né essere disattesi, soverchiando questi dati con fatti eclatanti per distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica. Ma proprio qui si innesta un cambio di passo, o meglio di mentalità, vedendo come risorsa essenziale la presenza di donne e uomini che portano realtà e vissuti dei quali abbiamo bisogno. Non solo la forza lavoro, ma anche un mondo di valori e di atteggiamenti con i quali dialogare alla luce, in particolare, della dignità della persona che insieme, possiamo meglio perseguire. Prendiamo come simbolo l’altare della nostra Cattedrale. La mensa è sorretta da dieci persone che presentano tratti somatici non parmigiani e che sembrano rappresentare i popoli che venivano nel XII secolo a Parma. Essi sorreggono la tavola comune. Può essere una profezia per la nostra città, se intendiamo come opportunità fatti e situazioni oggi considerati problemi e drammi. In primis occorre superare lo scandalo della tratta in mare, valorizzando i corridoi umanitari, con la capacità di verificare e poi accompagnare le persone che altrimenti sfiderebbero il Mediterraneo. Si opera così da subito, secondo una progettualità da concordare, una relazione positiva, condizione di un’inclusione efficace. Trasformiamo questi corridoi umanitari da “buone pratiche”, o eccezioni, in forme comuni di transito. Una prassi che si muove sullo scambio di conoscenza e di sostegno con i Paesi dell’Africa. Non chiedendo loro, soltanto, di detenere o riprendere indietro i migranti, spesso a rischio della loro incolumità, ma cercando insieme di collaborare a forme di sviluppo e di aiuto. Esempi concreti dicono che è possibile! Già questo cambia l’orizzonte e colloca il tema dello ius soli in una prospettiva diversa. Non più un dilemma sul quale dividersi, una partita da dentro o fuori, ma come un possibile anello importante di un’ integrazione che parte da lontano. Un’utopia? Ora, per tanti versi, lo è ancora, cioè un “senza luogo”, ma sta a noi lievitare un cambiamento che, alla fine, crei un futuro nuovo e di comune soddisfazione. Perché abbiamo bisogno gli uni degli altri, e, anche se non sembra, siamo tutti sulla stessa barca.

*Vescovo di Parma