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EDITORIALE

Libia, il governo e l'Europa in ordine sparso

di Paolo Ferrandi -

16 aprile 2019, 16:02

Libia, il governo e l'Europa in ordine sparso

La Libia, per dirla con una citazione di Churchill, è «un indovinello avvolto in un mistero dentro un enigma». Le guerre si combattono in modo feroce, ma non finiscono mai con una sconfitta in campo aperto, quando piuttosto vengono decise dalle dinamiche interne delle alleanze sempre mutevoli in un Paese che ormai è unito solo dalle royalties petrolifere, la vera, e unica, risorsa nazionale.
Succede così che il generale Khalifa Haftar decida di marciare su Tripoli dalla lontana Cirenaica con una colonna militare non particolarmente robusta confidando di aver gioco facile nel deporre il debole governo di Fayez al-Sarraj, semplicemente sfilandogli l'appoggio di alcune delle milizie che finora lo hanno sostenuto. Ma non tutto va secondo i piani e così la marcia trionfale si ferma alle porte di Tripoli. In attesa che qualcuno decida di cambiare alleanze.
A questo punto la pressione diplomatica è forse più importante della situazione sul campo. Così Haftar vola al Cairo per avere la benedizione di al-Sisi e gli esponenti del governo di al-Sarraj fanno il giro degli alleati, tra i quali c'è l'Italia.
Ma Roma, come del resto l'Europa, non parla con una sola voce. La Lega dice una cosa, i 5 Stelle un'altra e Conte deve fare la solita mediazione. La Francia, poi, è vicina ad Haftar, noi appoggiamo al-Sarraj e Bruxelles per ora è muta. E tutto questo non aiuta a trovare una soluzione, ma rende la situazione ancora più ingarbugliata e instabile.