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NEUROLOGIA

Alzheimer, 7.800 le persone in cura a Parma e provincia. E in futuro aumenteranno

17 aprile 2019, 13:20

Alzheimer, 7.800 le persone  in cura a Parma e provincia. E in futuro aumenteranno

La memoria che vacilla, i punti di riferimento sempre più labili, allucinazioni e aggressività, capacità cognitive in declino. Sono alcuni dei sintomi dell'Alzheimer, che colpisce a Parma e provincia quasi 7.800 persone.
La maggior parte delle diagnosi avviene nella fascia fra i 65 e gli 80 anni, più coinvolte le donne: la percentuale di persone colpite, fra gli over 65, è del 4% a livello nazionale e del 7% a livello locale. Una discrepanza che Livia Ludovico, responsabile del Programma demenze dell'Ausl di Parma, attribuisce una maggiore capacità di diagnosi delle strutture territoriali.
Se è vero che nell'ultimo anno e mezzo si è assistito a una piccola riduzione di nuovi pazienti (anche grazie all'informazione e al miglioramento degli stili di vita), l'incidenza della malattia, spiega Ludovico, è in prospettiva al rialzo, considerate le maggiori aspettative di vita. «Uno scenario che prospetta demenze lunghe vent'anni», aggiunge la specialista dell'Ausl.
La Regione sta investendo in questo settore con il fondo regionale per la non autosufficienza, portato nel 2018 a 441 milioni. Anche i Comuni sono impegnati ad offrire servizi alle famiglie. Ma i bisogni sono sempre maggiori delle risorse: solo il 20% dei malati - dato nazionale - è ricoverato in strutture convenzionate accreditate. L'altro 80% resta in famiglia, spesso con grandi difficoltà di gestione della patologia da parte dei familiari.
«Anche in funzione delle direttive regionali, Ausl e Azienda ospedaliero-universitaria hanno avviato un tavolo per mettere in rete i servizi delle due aziende e ottimizzare le risorse» spiega Ludovico.
Fra i temi «caldi», il sostegno alla domiciliarità, nel tentativo di non far perdere al malato i punti di riferimento di una vita.
Ad oggi, non esiste una terapia che «guarisce» dall'Alzheimer, spiega Marco Spallazzi, responsabile dell'ambulatorio deterioramento cognitivo del reparto di neurologia dell'ospedale Maggiore, che ha riaperto a gennaio 2019 dopo due anni di stop. Un centro di secondo livello (c'è anche il day hospital) al quale i pazienti (solo se hanno meno di 75 anni) vengono inviati da specialisti e medici di base.
Con i medicinali si lavora sui sintomi dell'Alzheimer grazie agli anticolinesterasici, che aumentano il livello del neurotrasmettitore acetilcolina, bloccando l'enzima che lo distrugge, e alla memantina che riduce, per quanto moderatamente e temporaneamente, il deterioramento cognitivo.
A Parma si fa anche ricerca sulla malattia. «Collaboriamo con il dipartimento di farmacologia dell'università per uno studio del metabolismo del colesterolo nell'Alzheimer - spiega Spallazzi - Con la medicina nucleare stiamo invece valutando l'uso della pet (la tomografia a emissione di positroni, ndr) con l'amiloide nei pazienti con disturbi cognitivi».
È ormai consolidata anche la collaborazione con il centro ricerche di Magdeburgo, in Sassonia, per lo studio delle relazioni tra patologie vascolari e Alzheimer.
«Poiché lo studio su nuovi farmaci ha dato finora risultati modesti, per non dire fallimentari, è necessario un approccio multidisciplinare che comprenda stimolazione cognitiva, attività fisica, controllo dei fattori di rischio vascolari, vita di relazione sociale», dice Spallazzi.
«Indispensabile anche una diagnosi accurata e precisa per garantire tempestività nelle cure, migliori terapie e previsioni sul progresso della patologia», aggiunge lo specialista.
Sui rischi di una diagnosi tardiva insiste anche Fulvio Lauretani, referente dell'ambulatorio della fragilità della clinica geriatrica dell'ospedale Maggiore. «Spesso si arriva a trattare il malato quando mette in atto un comportamento eclatante e quando il danno neurologico è irrecuperabile. Questo perché i familiari fanno fatica a cogliere i segnali e ad accettarli», dice Lauretani.
Per questo i geriatri dell'ambulatorio della fragilità hanno ideato il progetto di ricerca «Interceptor», finanziato da ministero della Salute e Aifa e che attende solo l'ok del comitato dell'ospedale Maggiore, per cogliere le problematiche cognitive in fasi precocissime. «Tante alterazioni cognitive, considerate normali con l'avanzare dell'età, non sono tali. Se non individuiamo precocemente i segnali, le terapie di ultima generazione, come gli anticorpi monoclonali, non funzionano. Abbiamo tanti farmaci per gestire le alterazioni comportamentali ma poche armi reali per contrastare il declino cognitivo» dice Lauretani.
Un aspetto da non sottovalutare, nel trattamento dell'Alzheimer, è dato anche dall'interazione con altre malattie croniche, soprattutto nei pazienti anziani multipatologici. «Non di rado Alzheimer e Parkinson si presentano assieme - dice Lauretani - Importanti sono anche le interazioni delle terapie dei disturbi cognitivi con i farmaci psichiatrici. L'appropriatezza prescrittiva deve mirare magari a togliere farmaci, piuttosto che aumentarli».