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EDITORIALE

Le tragedie immani e i nostri errori

di Vittorio Testa -

17 aprile 2019, 15:15

Le tragedie immani e i nostri errori

Dolore, paura, sdegno, sospetti, dietrologie. Notre-Dame brucia. L’immensa e spaventosa fiamma che avvolge e distrugge parte di uno dei simboli della più alta cultura cristiana e cattolica europea lascia sgomenti. Uno sgomento che pretende da subito la risposta a una semplice e già inquieta domanda: perché? Com’è possibile che un luogo di culto religioso e civile così grandioso, universale e carico della storia di noi stessi non sia stato messo al riparo, protetto, salvaguardato in totale sicurezza? Un incidente, assicurano gli investigatori parigini. I ponteggi, le operazioni così difficili, la struttura interna lignea che in un attimo una scintilla può tramutare in un rogo infernale. Certo, l’errore umano è da sempre in agguato, la tecnologia che sovrintende la nostra vita fallisce spesso il suo compito. Ma i bagliori che illuminano sinistramente la notte della tragedia, risvegliano in noi europei la sindrome dell’accerchiamento, di quel terrore ultraislamista dell’Isis che ha colpito ripetutamente e per ben due volte la stessa Francia. Non c’è la rivendicazione, la festosa atroce proclamazione di vittoria mortale. Solo qualche sorriso di scherno sui social e i media internazionali, qualche riga inneggiante ad Allah per grazia ricevuta. Non è terrorismo, no, non creiamo fantasmi nemici dove non ci sono: l’incendio è scoppiato per cause accidentali. Capita, è capitato altre volte. La dietrologia è un morbo che avvelena la vita nostra e altrui: ti colpisce una volta e resta appiccicato, automatico come il riflesso di Pavlov. Un incidente? Sarà, ma il dubbio torna a cricchiare come un tarlo velenoso del sospetto. Il sospetto è diventato ormai parte del nostro Dna ed evoca lo spettro del nemico in ogni occasione tragica. Spesso abbiamo bisogno di individuare il nemico, un nemico: gli diamo corpo, il corpo che vediamo nei notiziari che mostrano i guerriglieri di Allah in minacciosa marcia e volontà omicida mortali. E adesso, appena di là, sulla sponda del Mediterraneo si guerreggia, una parte dei combattenti accusa la Francia… In questo triste periodo di sottile angoscia e timore e aggressività in cui siamo stati costretti a vivere, Notre-Dame carbonizzata è una ferita difficile a rimarginarsi. E anche la certezza da noi condivisa che si sia trattato di un incidente non può affatto consolarci. E’ stato un errore tecnico che umilia l’uomo incapace di dominare la tecnologia: un accadimento di piena imponderabile normalità che ci indigna ancor più delle gesta sacrileghe di quei rivoluzionari che nel 1793 profanarono la meravigliosa cattedrale dell’Ile Sant Louis distruggendone gli arredi e scacciato il Santissimo dedicando gli altari alla dea Ragione. Erano figli costretti, volenti o nolenti a vivere nel tempo di quella Rivoluzione che, al di là delle opinioni, ha segnato una poderosa stagione di cambiamenti nell’intero mondo. Atrocità, ghigliottina, ma Illuminismo e, nel 1789 la Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino. Qui al contrario dobbiamo piangere di dolore per uno scempio causato da una manovra sbagliata, da un corto circuito, da chissà cosa ma comunque povera umana cosa, banalmente capitata in una fase di restauri. Colpa di noi,quindi,uomini maldestramente tecnologici. E’ iI presuntuoso “homo faber” che stoltamente costruisce da sé stesso le occasioni del suo proprio fallimento: stavolta ignorando come un sanculotto di allora i semplici doveri del carpentiere restauratore.

vittorio.testa@comesermail.it