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EDITORIALE

La battaglia di Greta contro la nostra folle idea di sviluppo

di Vittorio Testa -

21 aprile 2019, 14:48

La battaglia di Greta contro la nostra folle idea di sviluppo

In apparenza timida e implume, Greta Thunberg, la ragazzina svedese diventata in un batter d’occhio la profetessa condottiera ambientalista, affronta le platee e i grandi della terra con la sicurezza e lo slancio di chi si sente chiamato a un compito universale, salvifico. C’è qualcosa come di ancestrale nella crociata di questa quindicenne dai toni, secchi, definitivi, in quella che può essere definita un’autentica predicazione ammonitrice dei nostri misfatti ambientali con i quali stiamo distruggendo il pianeta. Greta è un boccone ghiotto per la nostra società dell’immagine, ovvio che i media l’abbiano seguita passo passo, dedicandole enorme spazio: ma in realtà il suo empito da Giovanna d’Arco che sente le voci e scende in campo per la difesa della Terra tocca qualcosa di profondo in noi.
C’è qualcosa di grandioso nella missione della ragazzina svedese che incontra il Papa e i potenti rappresentando loro il disagio e le paure delle nuove generazioni. Greta ci obbliga a interrogarci sull’uso che facciamo del nostro ambiente. Ci ricorda che l’uomo è l’unica forma di vita che distrugge il proprio habitat: un animale irresponsabile la cui anima è incosciente dell’irreparabilità dei danni fatti alla natura. Inquinamento, sovrasfruttamento del territorio, emissioni di gas, rifiuti tossici, plastica nei mari: abbiamo sconciato l’aria, l’acqua, i campi.

Certo innanzitutto per procurarci il cibo, l’elettricità, il carburante, le cose che servono a vivere. Ma l’abbiamo fatto in maniera folle, irresponsabile, abusando della natura e usando scriteriatamente la tecnica per acquisire sempre più beni di consumo. La Giovanna d’Arco, la piccola Greta svedese che ammonisce tutti noi e anche il Papa, ha il merito di costringerci a pensare, a ripensare modelli di sviluppo, di accesso ai beni essenziali. Si profilano guasti spaventosi: miliardi di persone da nutrire, da dotare di energia, chiederanno cibo, luce, acqua, benzina. E di questo passo, senza un cambio di mentalità, di costumi, di abitudini, noi confezioneremo il disastro totale, che colpirà i nostri figli e nipoti, l’umanità a venire. Cambiare, è indispensabile. Ma come, come faremo a rinunciare alla sovrabbondanza? Primo passo è l’alimentazione, riuscire a produrre il necessario e consumare meno. Riuscire a coniugare la remuneratività della produzione con il mercato, con il consumatore. Trovare un punto di equilibrio, un sistema sostenibile che garantisca un uso del territorio finalmente virtuoso. Altrimenti sarà una catastrofe. E Greta questo ci dice, è una generazione che parla attraverso di lei: ci imputa la colpa di un dissennato sviluppo che finirà con il togliere a loro, ai giovani, il futuro. Ci condanna come la generazione di padri le cui colpe ricadranno sui figli. E’ dunque pretende un cambiamento che riguarda noi tutti abitatori del pianeta. Dobbiamo incominciare a voler bene al chi vivrà dopo di noi. Dobbiamo trovare una misura, uno sviluppo sostenibile. I più illuminati hanno già mosso i primi passi sulla strada della messa a punto di un sistema in grado di produrre cibo e salvaguardare l’ambiente. E un motivo di soddisfazione è constatare che tra questi c’è la nostra più grande industria alimentare, la Barilla.