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IL RACCONTO DELLA DOMENICA

Romeo and Juliet in padanese

di Gustavo Marchesi -

23 aprile 2019, 11:26

Romeo and Juliet  in padanese

Nell’estate caldumida Nando rammentò “Domani, allora”.
Domani voleva dire Verona, il cartellone delle opere all’Arena, e gli incontri inevitabili, divertenti o noiosi.

Il tragitto, che avvicina al Garda, è quanto di più soave ci propone il settentrione d’Italia, una riviera ai piedi delle montagne che incrocia il profumo delle foreste con l’anima del lago.
Al ritorno poi, a notte fonda, soste nei cosiddetti “melongabbio” dove, oltre agli obbligati poponi e cocomeri, trovi l’affettato suino, coppa pancetta prosciutto salame all’aglio saporoso fin troppo, e vino Bardolino, e qualcosa “sottotavola” esibito da franche ragazzotte in costume acconcio…

Appena partiti Nando fermò la macchina e fece dietro front: il maestro il Decorsi, nostro compagno di viaggio, aveva scordato la dentiera e senza non poteva andarci all’Arena, lui, il direttore artistico.
Recuperata la protesi insieme al portatore, per suo merito abbiamo accesso ai posti migliori in teatro, e il maestro ci insegna inoltre le diverse prelibatezze della vecchia gastronomia locale…

Tutta Verona impone merenda, impone cena e benvenuta tu sia, peperonata, simbolo aromatico della Stagione che sbarca nel suo invaso italiani e stranieri a cascate, qui dove perfino il Grandefiume sembra che sbocchi…

I tavoli del “Bottegone”, già antica osteria. oggi famigerato restaurant, ospitano il mondo intero… Come mangia la gente!…
La cucina è proprio lo specchio del nuovo nomadismo, i turisti divoratori quasi morti di fame…
La stessa voracità della musica che aggredisce l’Arena e lo addenta con appetito da suonatori questo Colosseo più dolce, bianco di marmo e rossobruno di fossili…

Ma Verona è larga, non soltanto melodramma, non soltanto goloserie. Penso che abbiamo fatto anche noi qualche “opera” buona, offrendo ai barboni che bivaccano in piazza Bra certe pesche raccolte di sfruso a Pescantina. Uno di loro, un giovane violinista, reduce dalla Russia, che non poteva più adoperare le mani, congelate sul Don, accompagnava in lacrime i suoi colleghi d’orchestra…

Dopo lo spettacolo, in giro per la città, recitiamo qualcosa del shakespeariano “Romeo and Juliet” mezzo inventato, in padanese.
La voce di Giulietta Capuleti si adatta a quella di Nando dal timbro ancora infantile, fin che da qualche davanzale gli insofferenti sdegnati non ci innaffiano di liquido indecente. Nando strilla un acuto rimprovero: “Si vede proprio che Montecchi e Capuleti non hanno ancora smesso di sfogare la loro rabbia di contendenti affaristi!
Ma dove sono mai i fiori dell’amore, dei due ragazzi tremendamente sfortunati e perciò stupendamente amanti?“
E predica: “Io vi consiglio di rileggerli in un “richordo” (con l’acca), dove Pietro Ghizzardi, pittore scrittore innocente visionario, assicura che a scuola Giulietta e Romeo, vicini di banco, si passavano dei teneri biglietti, i “messaggini” di allora, quando la telefonia mobile non ci complicava ancora la vita!”…