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EDITORIALE

L'eredità del 25 Aprile va coltivata, non sperperata

di Franco Mosconi (Università di Parma) -

25 aprile 2019, 14:34

L'eredità del 25 Aprile  va coltivata, non sperperata

L’Italia «liberata» il 25 aprile di oltre 70 anni fa era un paese in ginocchio: la democrazia rappresentativa di stampo occidentale che, dopo la dittatura fascista, passo dopo passo è stata edificata rappresenta, ancor’oggi, l’eredità più preziosa di quel giorno.
Essa, come tutte le eredità, va coltivata e non sperperata; va consegnata ai giovani e non messa nel dimenticatoio. Tutto ciò vale a maggior ragione qui e ora, nell’Italia che fra un mese esatto si recherà alle urne per le elezioni del Parlamento europeo. Che cosa c’entra – ci si domanderà – l’Europa unita con l’anniversario della Liberazione? C’entra moltissimo.
Difatti, poco più di dieci anni dopo quella fondamentale data, l’Italia era già saldamente parte – con Francia, Germania e i tre del Benelux - del ristretto gruppo dei sei “Paesi fondatori” delle prime e fondamentali istituzioni comunitarie: Ceca, Euratom, Cee. Alcide De Gasperi, con i francesi Schuman e Monnet e il cancelliere tedesco Adenauer, si era guadagnato un posto di rilievo fra i “Padri fondatori”.
A coronamento di questo contributo è a Roma che, nel marzo del 1957, i Sei firmavano il Trattato istitutivo della Cee, l’allora Comunità economica europea poi divenuta, strada facendo, l’Unione europea a Ventotto (prima della Brexit).
E’ così che, dopo poco più di dieci anni dalla Liberazione, l’Italia viveva non accidentalmente il suo «miracolo (boom) economico». Fra la metà degli anni ’50 e la metà degli anni ’60 del secolo scorso, il tasso di crescita della ricchezza (Pil) si attestò intorno al 5% medio annuo, garantendo all’Italia l’ingresso fra i Paesi più industrializzati del mondo.
Molte sono le cause che spiegano questo straordinario risultato. Il talento degli imprenditori e il dinamismo delle tantissime imprese (piccole, medie e grandi; private, pubbliche e cooperative) rappresentano certamente due di queste cause; un’altra è il saper fare della forza lavoro. In una parola, l’eccellenza del Made in Italy. Tuttavia, nessuna di queste concause avrebbe potuto dispiegare pienamente i suoi effetti in un’economia «chiusa» entro i ristretti confini del mercato domestico.
Fra il 1946 e il 1957 sono state due lungimiranti decisioni politiche, prese nell’interesse generale, a plasmare il nuovo - e più grande - campo da gioco per la crescita delle nostre imprese. Primo, la riapertura dell’economia italiana, dopo gli anni dell’autarchia, ai flussi del commercio internazionale. Secondo, la partecipazione del Paese al processo di integrazione europea. Nei decenni successivi, la vocazione europeista della migliore classe dirigente italiana non s’è perduta. E basti pensare al 1985-‘86 col completamento del mercato unico; al 1992 con la firma del Trattato di Maastricht sull’Unione economica e monetaria; al 1996-‘98 col processo di convergenza macroeconomica e l’ingresso nell’euro.
Nasce da qui - dall’aver costruito quello che Mario Draghi ha di recente definito come «un mercato, una moneta» - la forza dell’export italiano, che è ormai vicino alla ragguardevole cifra dei 500 miliardi di euro di beni esportati (più di 60 dall’Emilia-Romagna), di cui oltre la metà all’interno dell’European Single Market ove esiste la piena libertà di circolazione dei quattro fattori della produzione (beni, servizi, persone, capitali). E nasce da qui la possibilità di studiare in un altro paese dell’Ue che milioni di giovani studenti universitari europei hanno avuto grazie al programma Erasmus.
Certo, le tessere di quel mosaico che è l’Europa unita non sono ancora tutte al loro posto: ne mancano sia nel dominio della politica economica, sia nel dominio della politica estera e di difesa. Ma gli spazi bianchi che ancor vi sono non possono portare alla scellerata decisione di distruggere la parte del mosaico che già è stata composta con coraggio, visione e competenza. Decenni e decenni di integrazione europea dovrebbero aver insegnato a tutti che pace e prosperità camminano insieme, vanno a braccetto. Questa è l’eredità da consegnare ai più giovani.