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EDITORIALE

La mostruosa normalità di quei ragazzi «perbene»

di Vittorio Testa -

28 aprile 2019, 14:56

La mostruosa normalità di quei ragazzi «perbene»

Non ci fossero gesti radiosi di umanità generosa e amorevole, come quello recente dell’infermiera di Rovigo che salva e accudisce il neonato abbandonato in un cassonetto, davanti alle cronache di spaventose violenze compiute da giovanissimi spesso in età minorile, dovremmo condividere con Emil Cioran la sua lapidaria sentenza: «Se si eccettuano alcuni casi aberranti, l’uomo non è propenso al bene». Da un lato la dolcezza materna della donna dal cui grembo nasce la vita, dall’altro la discesa negli inferi di quella brutale violenza che nel regno animale appartiene soltanto a noi uomini: trarre piacere dal far soffrire, dal torturare e dall’uccidere il proprio simile. Atrocità e crudeltà tali da essere aggettivate spesso da noi cronisti come ‘’bestiali’’: no, il gusto insito nel far del male, far soffrire e ammazzare è soltanto prerogativa di noi uomini. E fin da giovinetti, da ragazzi di 13,14,15 anni. Le cronache dell’oggi raccontano di imprese raccapriccianti. Da Nord a Sud è un susseguirsi di violenze compiute da giovani spesso nei confronti del coetaneo più debole, della ragazza pìù antipatica, dell’adulto inerme per minorazioni fisiche o mentali. Nel 2018 i minorenni e giovani (fino ai 25 anni) colpiti da provvedimenti penali sono stati 21.268 (fonte Dossier de ‘’La Stampa’’) la maggior parte dei quali proveniente da famiglie cosiddette normali,non disagiate.

La mostruosa normalità
di quei ragazzi perbene
Ragazzi come tanti altri, dediti ai riti dell’età,la motoretta, le feste, la tv, i videogiochi, il computer e, strumento totemico venerato e indispensabile, il telefonino, lo smartphone con il quale partecipare alla vita parallela dei social, facebook, Istagram, WattsApp. Nostri figli, che facciamo vivere nel contesto che gli abbiamo fatto trovare e dei quali troppo spesso e colpevolmente ci disinteressiamo: hanno il loro mondo, le loro abitudini modellate sui costumi imposti e condivisi dalla nostra società tarantolata dalla velocità e dall’ansia. Poco tempo, anzi quasi niente, per parlare, dialogare, conoscersi: per esercitare il nostro ruolo di genitori con l’autorevolezza necessaria a indicare la strada giusta, seguirne il comportamento con i coetanei, con gli insegnanti. Macché. Li rivediamo a sera, noi incollati alla tv o digitanti sulla tastiera e il video del telefonino, tutto bene? Sì, esco, buonanotte, non far tardi che domani c’è la scuola. Come sorprendersi se un giorno scopriamo che questi sangue del nostro sangue ma sconosciuti, respirata l’aria di competizione e di violenza, di prevaricazione giustificata dalla legge del più forte, hanno fatto a gara nel maltrattare un povero idiota, un clochard, una ragazza Down?
Manduria. Un paese di 30mila abitanti, in Puglia: da sette anni un uomo con problemi psichici è costretto a subire quasi ogni giorno molestie, calci, percosse da parte di giovani di inesausta cattiveria. Sette anni, un’eternità di soprusi e maltrattamenti che ne hanno provocato la morte. Ma dove eravamo, colleghi genitori di Manduria, mentre i nostri 14 rampolli picchiavano, dileggiavano, torturavano quell’essere indifeso? Non solo, ma addirittura ‘filmando’ la bell’impresa con il telefonino, diffondendolo poi su WhatsApp, a esibire e condividere orgogliosamente il misfatto atroce diventato spettacolo, scena da film dell’orrore: ombre lugubri, si sentono le risate dei giovinastri, i colpi, i gemiti del poveretto. Una vergogna, una colpa incancellabile. Tutti sapevano che ‘’il pazzo del Villaggio del fanciullo”, come veniva chiamato dagli squallidi bulli, subiva furti, maltrattamenti, angherie di ogni sorta. Tutti sapevano. Genitori, forze dell’ordine, insegnanti, parroci, baristi, vigili urbani, medici, casalinghe, ristoratori. Tutti, tutti noi sapevamo ogni cosa. Ma evidentemente era tutto normale, una mostruosa normalità per noi adulti mitridatizzati e resi insensibili dai veleni quotidiani assunti in quest’epoca di normale e spaventosa violenza a cominciare da quella verbale. Tutti noi conoscevamo questi aguzzini immascherati da facce di ragazzi come tanti, facce uguali a quelle dei nostri figli. Dice uno degli avvocati difensori: «Sono tutti ragazzi normalissimi, studenti di liceo, nati e cresciuti a Manduria in contesti famigliari a modo, figli di commercianti, impiegati pubblici. Gente perbene». Sì, avvocato, siamo tutti gente perbene: e,a volte, permale.
Gentile signora Giorgia Cavallaro, infermiera di Rovigo: grazie dal profondo del cuore. Il suo gesto di dolcezza materna nei confronti del neonato, che in suo onore si chiamerà Giorgio, tiene accesa la speranza. È la luce in fondo al tunnel. Tunnel lunghissimo: chissà quando la vedremo.