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Andrei: «Il mio è un libro sul coraggio di cambiare»

Andrei: «Il mio è un libro  sul coraggio di cambiare»

di Giovanna Pavesi

05 Ottobre 2021,10:09

«Per vivere con onore bisogna struggersi, turbarsi, battersi, sbagliare, ricominciare da capo e buttare via tutto e di nuovo ricominciare e lottare e perdere eternamente. La calma è la vigliaccheria dell’anima». Nella prima pagina del suo libro, «Radio Ethiopia» (pubblicato da Les Flâneurs), Alessandro Andrei ha scelto di citare una frase di Lev Tolstoj, perché, «questo è un libro sul coraggio di cambiare», in cui i personaggi escono dalla loro comfort zone senza paura. Il protagonista del romanzo, infatti, è il 39enne Andrea, la cui vita è scandita da un lavoro pieno di responsabilità, qualche frustrazione e un’insoddisfazione di fondo. L’espediente letterario che determina il cambiamento nella storia è un messaggio che il protagonista riceve dall’amico Marcello, che vive ad Addis Abeba con la famiglia. 

Per scrivere il suo libro d’esordio Andrei, che nella vita fa l’imprenditore, ha impiegato circa un anno e mezzo. Il protagonista del suo romanzo, Andrea, ha la sua età e alcune caratteristiche riconducono alla sua storia.

«Seppur la storia sia romanzata, Andrea risente delle influenze delle mie esperienze di vita: essendo un imprenditore e avendo un’azienda di famiglia che, negli ultimi anni, ho sempre più sulle spalle per motivi di crescita lavorativa e per un discorso generazionale, le responsabilità quotidiane e il peso di portare avanti un lavoro che deve essere costantemente curato e che deve sostentare la mia vita e quella dei miei dipendenti sono tante. Questo aspetto è stato un po’ l’incipit del mio romanzo».

 Che cosa l’ha ispirata nella stesura di questa storia? 
«Nel momento in cui ho preso coscienza di voler scrivere (e l’ho fatto grazie a un amico, Sebastiano Martini), mi sono messo in ascolto e ho cercato una storia che potesse ispirarmi. Come spesso accade, soprattutto per gli esordi, quella che ci è finita dentro è un po’ la mia vita. La scintilla scatenante per scriverlo è venuta da un evento realmente accaduto, cioè un momento di difficoltà di un amico (che nel libro si trasformerà in Marcello), che ha avuto qualche problema personale mentre si trovava in Etiopia, proprio ad Addis Abeba. C’è stato un attimo in cui ho pensato di dover partire davvero per andare ad aiutarlo, poi, però, è subentrata la pandemia e non sono potuto partire. Mi sono, quindi, immaginato che cosa sarebbe potuto succedere se io fossi stato davvero costretto ad andare e da lì, con un po’ di fantasia, ho creato questo viaggio avventuroso attraverso la terra africana». 

Lei è un imprenditore appassionato di arte contemporanea e di letteratura. In che modo questi due aspetti influenzano la sua scrittura? 
«Sono fondamentali entrambi: essere imprenditore fa parte della mia vita quotidiana ed è un lavoro che comporta concretezza e pochi sogni pindarici, mentre l’arte è tutt’altro, essendo qualcosa spesso di intangibile, che si basa sulle emozioni. Parliamo di due antipodi che io cerco di far incontrare: per capire come la scrittura possa essere un trait d’union tra i due aspetti ho impiegato tanto tempo. All’università ho studiato alla facoltà di Lettere e questo mi ha fornito un bagaglio culturale importante, ma una volta terminati gli studi mi sono scontrato con il mondo e ho capito che sì la scelta era stata molto bella ma che non offriva reali sbocchi professionali. Purtroppo, non sono riuscito a realizzare tutti i progetti che avevo in testa nel mio percorso accademico e nella scrittura ho trovato il modo di non buttare via tutti quegli anni di studio». 

Cosa l’ha avvicinata alla scrittura? 
«Ho scelto di iscrivermi a Lettere all’università perché fin da ragazzino ho capito di essere portato più per l’ambito umanistico, nonostante sia finito a fare tutt’altro, in un ambiente scientifico e imprenditoriale. Per quasi tutta la vita, più che scrivere ho sempre letto e mi sono dedicato alla musica, che è stata la mia valvola di sfogo (ho suonato con diversi gruppi). Crescendo, però, lo spazio per suonare e per esibirsi su qualche piccolo palco diventava sempre meno e ho trovato nella scrittura un’alternativa, che mi dava la stessa sensazione e la possibilità di esprimere la mia interiorità in maniera più semplice». 

 Lei è un letterato prestato all’imprenditoria. La scrittura le ha restituito, in qualche modo, la vita che avrebbe voluto fare? È stato un riscatto?
«Direi assolutamente di sì. È stata un po’ la chiusura del cerchio, perché dopo aver accantonato, per tanti anni, una delle mie velleità accademiche, l’aver avuto un riscontro oggettivo di una casa editrice che ha ritenuto il mio lavoro all’altezza, decidendo di pubblicarlo, è stato un riscatto. Sono assolutamente grato a questo mio essermi rimesso in gioco. Il senso vero del libro e il motivo per cui l’ho scritto, alla fine, è solo uno. Con questo libro ho voluto parlare dell’ineluttabilità del destino. Alla fine, spesso, non sempre le cose vanno come ti sei immaginato e che può fare la differenza è come decidi di vivere, nonostante i tuoi sogni o ciò che ti eri immaginato. Nel mio romanzo c’è una presa di coscienza che, forse, è il motore centrale del libro: il protagonista, a un certo punto della sua esistenza, si ferma e capisce che finora ha fatto ciò che la vita ha scelto per lui e a un certo punto decide di prendere in mano la situazione e cambiare le cose, anche se non si sa come andrà. Esce dalla sua comfort zone e una volta fuori inizia a lottare per ciò che sente di dover fare». 

Perché, in apertura, ha scelto quella citazione di Tolstoj?
 «L’epigrafe è molto appropriata: come dice lui bisogna buttare via tutto e ricominciare da capo. Ci hanno insegnato che, spesso, soprattutto per la nostra generazione  l’essere sognatori è un errore, che bisogna trovare un lavoro, concentrarsi, andare avanti, creare una famiglia senza mai guardarsi indietro. Credo che il mondo odierno  non possa più permettersi questo: alla fine, come dice  Zygmunt Bauman, questa società è portata al cambiamento continuo e prima le persone capiscono che non devono aver paura di cambiare e di rimettersi in gioco e prima si toglieranno di dosso ansie, paure e frustrazioni. 
 

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