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Giulio Ferrari, «A spasso nella storia lungo la Via Vandelli»

Giulio Ferrari, «A spasso nella storia lungo la Via Vandelli»

15 Settembre 2021,13:55

Emanuele e Filippo Marazzini  

Tutto iniziò con un matrimonio. Nel marzo 1738 il duca di Modena Francesco III d’Este concluse gli accordi di nozze tra suo figlio Ercole e Maria Teresa Cybo-Malaspina, duchessa di Massa e principessa di Carrara. Poco amore e molto calcolo: il legame infatti permetteva agli Este di avere un nuovo sbocco sul mare. Per disporre di un collegamento con la costa tirrenica il duca aveva però bisogno di una strada. La volle moderna, molto larga e completamente lastricata per agevolare il passaggio delle carrozze; doveva anche disporre di strutture per rendere confortevole il viaggio e, vezzo di ogni statista, costare poco. Così il miglior ingegnere e cartografo del ducato, Domenico Vandelli, nel 1739 si mise al lavoro. 
Due anni dopo, il giorno del matrimonio, la Via - già in gran parte realizzata - era di fatto percorribile, ma la costruzione poté dirsi completata solo nel 1753. Il tracciato saliva dalla pianura, attraversava Frignano e Garfagnana per valicare le Apuane al passo Tambura (1620 m) e scendere, infine, verso il mare. Da allora osti, locandieri, viaggiatori, nobili, commercianti e briganti si servirono della strada che però, a causa delle frequenti nevicate prima e della concorrenza di altre strade appenniniche poi, cominciò ad essere sempre meno battuta. Così, complice anche l’asfalto, la Via si frammentò in alcuni tratti transitabili di varia lunghezza, non più collegati fra loro. Solo di recente, grazie alla straordinaria passione del ricercatore Giulio Ferrari, autore di una splendida guida storica e tecnica del percorso pubblicata da «Terre di Mezzo» a giugno, si può di nuovo coprire integralmente a piedi la Via Vandelli partendo da Modena e raggiungendo in sette tappe (perfettamente segnate e con alloggi convenzionati) Massa. 

Ferrari, come ha scoperto la Via Vandelli?
«Sono nato proprio sulla Via, a Montale, un paese vicino a Modena. Da sempre la Via Vandelli è presente nella mia vita: da bambino andavo in colonia a Sant’Andrea Pelago e ci portavano a camminare sulla Via; con mio padre ricordo una gita al lago di Vagli sotto le cui acque sta sommerso il paese fantasma di Fabbriche di Careggine; infine, essendo appassionato di ciclismo, ho visto correre Pantani nel 2000 proprio sulle rampe di San Pellegrino in Alpe. Insomma, è la strada di casa. Quindi quando stavo per compiere quarant’anni ho deciso che, quasi fosse un rito di passaggio, volevo percorrerla tutta a piedi».

A quel punto però sono iniziate le difficoltà… 
«Sì, mi sono reso conto che un tracciato ben definito della Via Vandelli non c’era. Cercando in rete mi aspettavo di trovare delle mappe o addirittura delle tracce Gps e invece nulla. Ho pensato quindi che fosse necessario colmare questo vuoto. La Via Vandelli infatti non è un’unione di bei sentieri che collegano Modena o Sassuolo con Massa, ma è proprio una strada, anzi la madre di tutte le strade moderne perché era dal tempo dei Romani che non si immaginava né tantomeno si costruiva un’opera del genere. Quindi la Via ha un tracciato storico certo e -mi sono detto- dovevo ricostruirlo. L’ho fatto passando giornate negli archivi e nelle biblioteche, consultando mappe antiche e leggendo documenti dell’epoca finché non ho raggiunto una ricostruzione del percorso più accurata possibile».

Com’è stato passare dalla scrivania alla strada? 
«Dopo aver fatto alcuni sopralluoghi, un venerdì sera di giugno del 2017 sono partito dal palazzo ducale di Modena per la mia grande avventura. Traguardo: 172,2 chilometri dopo, il palazzo ducale di Massa. È stata una vera esperienza di vita, in cui la mia ricerca intellettuale si è trasformata in passi, sudore e stupore. Che cosa dire dei bellissimi borghi attraversati, della selvaggia ma accogliente Garfagnana, delle Apuane tanto belle quanto martoriate dalle cave? Un’emozione continua».

Grazie a lei, moltissimi hanno scoperto il percorso. Gli abitanti delle zone attraversate dalla Via come hanno risposto alla sua iniziativa? 
«Gli abitanti si sono subito accorti di un intenso flusso turistico, completamente nuovo, fatto di persone di ogni età che camminano -zaino in spalla - alla scoperta dei loro territori. Spesso aspettano i viandanti alla finestra per salutarli, hanno creato degli scrigni in legno nel bosco dove i camminatori possono lasciare una firma e altre belle iniziative del tutto spontanee. È una nuova opportunità per quei paesi che negli ultimi anni hanno visto scomparire i turisti e con i villeggianti quasi azzerati. Ogni giorno ricevo testimonianze di stima per il lavoro fatto: albergatori e ristoratori mi chiamano per confermarmi che la novità è grande e apprezzata». 

Quest’estate, percorrendo la Via, abbiamo notato molti giovani camminatori; secondo lei, un percorso come questo può essere appetibile per le nuove generazioni e rivaleggiare con il mito di Santiago de Compostela?
«I cammini sono certo una grande attrattiva per i giovani, soprattutto quelli di una lunghezza media, come la Via Vandelli, che si completano in una settimana/dieci giorni così da essere già grandi avventure senza assorbire tutto il tempo a disposizione per le vacanze. Anche se la Via viene percorsa da molte persone, non credo che possa rivaleggiare con Santiago. Innanzitutto è un cammino laico, molto più breve e forse anche più impegnativo visto che ha un dislivello davvero notevole (più di 5000 m totali). Però sono entrambi esempi di turismo lento e sostenibile che possono benissimo completarsi a vicenda più che farsi concorrenza. La Via Vandelli ha infatti iniziato ad attrarre viandanti stranieri: francesi e tedeschi sono già arrivati quest’anno. Tuttavia, per fare davvero fare il salto di qualità, servirebbe un ente pubblico capofila che coordinasse segnalazione, manutenzione del percorso e facesse un po’ di formazione alle strutture di ospitalità».

A chi consiglierebbe la Via? 
«La Via Vandelli è percorsa da ventenni, quaranta-cinquantenni e persino da ultrasettantenni. L’hanno portata a termine donne in solitaria, gruppi di scout, escursioni organizzate, giovani coppie e tantissimi gruppi di amici. È un percorso ideale sia per chi vuole scoprire paesaggi molto vari, non solo montuosi, ma anche di rilevanza storica sia per chi è già un buon camminatore e vuole testarsi in un percorso un po’ più arduo del solito».

Qual è, tra le sette, la tappa secondo lei imprescindibile? 
«Nella settima e ultima tappa c’è senza dubbio il tratto più spettacolare: si scende dal rifugio Campaniletti a Resceto camminando su una strada lastricata sopra muri a secco che hanno visto passare carrozze di duchi, mercanti, donne coi sacchi di sale da scambiare in Emilia con la farina, partigiani e, oggi, i moderni viandanti. Ma la tappa che mi regala più pace è la quarta, quella che attraversa l’alto Frignano, da La Santona fino a San Pellegrino in Alpe: si viaggia sempre in quota immersi nei boschi, senza incontrare nessun paese, fino all’antica, misteriosa e magica Selva Romanesca».

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