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Il frigorifero vuoto e la luce bianca

Il frigorifero vuoto e la luce bianca

di Anna Maria Dadomo

26 Settembre 2021,11:28

l frigorifero era vuoto. Grazie a Dio. Erano occorsi diversi giorni, ma alla fine eccolo piacevolmente vuoto. Si poteva aprirlo senza ansia. Senza inquietudine: i ripiani erano quasi del tutto sgombri di alimenti. Che sollievo. 
Restava qualcosa qui e là, ma niente di assillante: tre lattine di Coca-Cola (in fila, una dietro l’altra, richiamavano le pompe di benzina rosse dipinte da Hopper) tenute in fresco per gli operai che lavoravano alla posa dei tubi del gas, un pezzetto di Parmigiano, o meglio una crosta di Parmigiano (il cuore morbido della sua polpa se ne andava in fretta) che, benché rinsecchita, non si doveva buttare, una vera prelibatezza, ma aggiungere, dopo averla lavata per bene e aver grattato la parte esterna con il coltello, intera o a cubetti a un minestrone, una zuppa, un brodo per insaporirlo; metà vasetto di marmellata alle fragole, cioccolata fondente che sporgeva dalla stagnola lacerata; una carota avvizzita, una foglia d’insalata, due fagiolini disidratati nel cassetto della verdura; nello sportello il brick del latte, quello del succo di frutta, una bottiglia di limoncello (non finito) dell’estate precedente che non creando problemi di scadenza si poteva tranquillamente ignorare ancora per qualche mese quando, pressati dal caldo (l’estate si annunciava torrida) ci si sarebbe di nuovo rivolti a lui per soddisfare quell’improvviso desiderio di refrigerio e di gusto, se non proprio esotico, almeno insolito, da cui si veniva colti; una bottiglia di acqua minerale; in alto, vicino alle due ultime uova, la crema idratante per il viso e il siero contorno occhi conservati al freddo su consiglio dell’estetista. 
Questi rimasugli, inondati di luce bianca e fredda quando apriva lo sportello del frigorifero, apparivano lontani e remoti come asteroidi. Finalmente innocui. Perché, contro ogni buon senso, doveva confessare che il momento peggiore del suo rapporto con il frigorifero si manifestava quando l’elettrodomestico esibiva sopra ogni mensola, con soddisfazione e orgoglio, la merce appena comprata e disposta con cura. (Anche se, per la fretta, non sempre così diligentemente.) 
Sul piano superiore metteva gli yogurt, il formaggio, la panna; nella zona centrale, dove la temperatura era maggiore, gli affettati, le verdure cotte, gli avanzi, i prodotti con la scritta «dopo l’apertura conservare in frigorifero»; in basso i cibi crudi, il pollame, mai il pesce. Era allergica. Tranne che per i pesciolini pescati da suo padre in Trebbia, che avrebbe potuto mangiare tranquillamente anche adesso senza conseguenze. (In estate, al pomeriggio, quando il babbo usciva dall’ufficio, lei lo accompagnava al fiume.


 E si sedeva sulla riva sassosa a guardarlo mentre immergeva la bilancia nel fondone. 
Ricordava i pesci argentati che saltavano là in alto, al centro della rete, le volte che la ritirava. Messi nel secchio arrivavano freschi a casa dove la mamma, brontolando, riponeva di mala voglia il lavoro di cucito, e li puliva – anche se dei più piccoli si mangiava tutto compresa la testa e la coda – sventrandoli con le forbici. Il dover usare le “sue” forbici, quelle da sarta – no, non ne ricordava altre – per sventrarli sopra un foglio di giornale steso sul secchiaio e squamarli – le squame brillavano sulle sue mani e sulle lame tra fili di sangue –, la indispettiva sopra ogni altra cosa. Dopo averli sciacquati a lungo sotto l’acqua corrente, li infarinava, e li friggeva in abbondante olio bollente. Che bontà quella frittura.) Nel cassetto in fondo: verdura fresca e frutta. Tutta quella roba stivata che si mostrava, si pavoneggiava, ammiccava persino come fosse ancora negli scaffali o dietro il vetro protettivo dei banconi del supermercato, le faceva paura. “Tutta quella roba” aspettava di essere consumata con criterio e metodo. Per questo bisognava vigilare costantemente sui cibi disposti solo all’apparenza benevoli, provvedere a consumarli nel momento del loro massimo fulgore, della loro freschezza e bellezza, quindi non perdere di vista – mai – la data di scadenza. Per non sprecarli. Vederli trasformarsi in veleni sotto i nostri occhi.

Quel vuoto alimentare che si mostrava adesso all’aprire il frigorifero era così tranquillizzante, così rasserenante che avrebbe rimandato la spesa. Mantenersi fedeli ancora per un po’ di giorni a quel piacere segreto. Anche se breve. (Niente paura. All’occorrenza poteva sempre contare su un cibo innocente come le patate bollite con un ricciolo di burro. Come faceva il babbo.)
 

© Riproduzione riservata

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