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Mike Nelson: «Così creo le mie sculture organiche»

Mike Nelson: «Così creo   le mie sculture organiche»

di Katia Golini

22 Settembre 2021,09:28

Il grande artista britannico per la prima volta a Parma al Palazzo dell'Agricoltore con «The House of the Farmer»

Non meravigliamoci se accanto al suo nome compare la sigla «RA»,  ossia membro della Royal Academy of Arts di Londra. Una volta che si acquista il prestigioso titolo, diventa parte di sé.  Sorridente, gentile, poco avvezzo ai lunghi discorsi, Mike Nelson preferisce far parlare le opere. Classe '67, chiamato a rappresentare la Gran Bretagna, il suo paese, alla Biennale di Venezia nel 2011, è nel mondo dell'arte contemporanea un'istituzione.

Arriva a Parma per la prima volta con un lavoro monumentale - «The House of the Farmer», installazione site specific al Palazzo dell'Agricoltore, mostra aperta da venerdì - grazie al legame con  Didi Bozzini, il curatore e ideatore di un progetto entusiasmante pensato per dare il via alla nuova vita dell'edificio destinato a diventare opera d'arte a propria volta. Con i suoi «assemblaggi» Mike Nelson trasforma gli spazi e li rende vivi.  In una parola, li rigenera.

Quando e come ha capito che voleva essere un artista?
«Da bambino trovavo le immagini, sia come illustrazioni che in forma materiale, un linguaggio migliore della parola scritta. Anche se questo non è insolito per i bambini, è qualcosa che non mi ha mai lasciato, e ricordo ancora un insieme di linee angolari che ho fatto con un pastello verde quando avevo solo quattro o cinque anni e il piacere che mi ha dato la sua presenza, poiché comunicava perfettamente il senso di una rana».

 Cosa ha pensato la prima volta che ha visto il Palazzo dell'Agricoltore, chiaro segno architettonico di un regime autoritario?
 «Che era molto grande! Tuttavia, dopo quell'ovvia osservazione, mi ha colpito il fatto che questo edificio fosse particolarmente importante rispetto a un momento della storia italiana in cui una società prevalentemente rurale si è trasformata in una urbana. Rappresenta anche il modo in cui noi esseri umani, cerchiamo di controllare e manipolare la natura per i nostri fini. Il colosso burocratico ridondante che il Palazzo è indica un momento di enorme accelerazione in termini di intensificazione dell’agricoltura e potrebbe essere visto come il prototipo dei luoghi in cui hanno avuto origine alcuni dei nostri problemi ambientali odierni».

Come avete collaborato lei e il curatore Didi Bozzini per concepire il progetto che vedremo realizzato?
«Ho incontrato Didi diversi anni or sono a Berlino tramite un amico comune. Poi, circa un anno e mezzo fa, Didi mi ha contattato e la conversazione è iniziata da lì. Durante il periodo di lockdown non era chiaro se la mostra si sarebbe fatta, ma abbiamo proceduto con telefonate e videochiamate e persino con un tour virtuale dell'edificio. Quando ho potuto finalmente visitare Parma, Didi e la sua famiglia mi hanno ospitato e mi hanno mostrato il Palazzo. Abbiamo discusso costantemente della mia proposta. Ogni giorno dell'ultimo mese ci siamo incontrati dentro al palazzo e, mentre io lavoro con i miei due assistenti, Ronald e Michele, Didi gira per l'edificio organizzando ciò che è necessario e facendo rimettere in ordine ciò che i lavoratori hanno lasciato a soqquadro!».

Può descrivere brevemente il lavoro?
«Il lavoro per il Palazzo dell'Agricoltore è abbastanza semplice. Abbiamo preso una porzione di terreno rurale,  all'incirca equivalente alla superficie interna del fabbricato - seimila metri quadrati -, e prelevato tutto ciò che era stato disboscato per consentirne l'uso agricolo; radici di tronchi, bastoni e rocce. Abbiamo trasportato il materiale a Parma e portato all'interno del palazzo, dove lo abbiamo disperso su tutti i piani dell'edificio e costruito pile o cumuli, quasi segnassero un percorso sul fianco di una montagna. Le pile sono assemblate con cura usando il peso e le qualità strutturali del materiale e siedono leggermente rialzate dal pavimento, sono sculture rudimentali ma anche segni in un insieme più grande - l'edificio stesso - poiché è questo che tendono ad articolare, come un'enorme scultura in sé».

Quale messaggio vorrebbe che la mostra trasmettesse?
«Vorrei che il lavoro fosse il più aperto possibile, il suo linguaggio dovrebbe essere prevalentemente quello dei sensi in termini di come intendiamo lo spazio e la materia. Tuttavia l'opera non è priva di un suo lato politico, o culturale, e i visitatori potrebbero forse essere portati a riflettere sul rapporto tra potere e architettura, l'irrazionale e il razionale, cosa potrebbe significare la storia di un edificio e come questa sia collegata alla situazione in cui ci troviamo oggi - politicamente, e dal punto di vista ambientale -. In termini di storia dell'arte potrebbe far pensare al genere prevalentemente anglo-americano di land art degli anni '60 e '70 e il suo rapporto molto particolare con il movimento artistico italiano di un'epoca simile, l’Arte Povera. Tuttavia, lo spettatore potrebbe semplicemente divertirsi a passeggiare per l'edificio deserto e osservare le forme complesse che questo materiale organico incongruo fornisce».

Qual è secondo lei il ruolo dell'arte oggi?
«Se mi avesse fatto la domanda due anni fa, avrei provato a rispondere, ma ora mi affido solo al mio impulso di fare arte... il che può essere una risposta in sé».

Per un artista famoso e affermato come lei, cosa significa lavorare in una piccola città come Parma?
«Non fa differenza dove ci si trovi, non si tratta di accettare o meno una valuta. Mi è stata offerta un'opportunità molto interessante in una bellissima città -  un’opportunità che non potrebbe mai essere ripetuta altrove - perché non dovrei volerla fare?».
 

© Riproduzione riservata

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