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Il racconto della domenica

La lettera a Villa il nano

Incontri  nella nebbia

di Antonio Tacete

09 Gennaio 2022,14:59

Villa il nano, quando arrivò a Cincinnati nella notte, si diresse allo stadio di baseball della squadra locale, dove raggiunse Cincinnato detto l’imperatore di Cincinnati, il quale sonnecchiava sul cuscinetto della prima base del diamante del campo, così quello, svegliatosi di soprassalto, salì sulla sua macchina con il nano e andarono in un vicino distributore di patatine, sito a lato di un parcheggio di un drive-in, dal quale ci si poteva servire restando in macchina, mettendo fuori il braccio dal finestrino dell’automobile e incominciarono a darci dentro a mangiarle. Nel mentre Cincinnato guidava per le strade della città, per arrivare nel suo cottage grazioso, lindissimo e pacchianissimo, sul tetto del quale c’erano piccionaie piene di colombi. Così su una poltrona, a forma di hamburger di gomma piuma, guardarono alla tv partite di baseball professionistico americano, finendo le patatine, piluccando pop corn, pollo fritto, bevendo cocacola e fumando music sigarette con alle cartine anelli concentrici minuscolissimi di pellicole, che raggiunte dalle bracine suonavano ritornelli di canzoni di Elvis.
Villa il nano, nato nel 1860, in quel 1967 aveva più di cento anni: l’età di una cornacchia, iniziò a raccontare di quando era approdato con una barchetta, remata da un pescatore sardo sull’isola di Caprera e uno dei pochi caprai, dedito alla pastorizia della zona: un certo Pupecoro, sorta di nano somigliante ad un bambino vecchio, dopo aver camminato per diversi chilometri lo portò dentro un buco sotterraneo, sorta di caprile, il quale sembrava l’averno, perché una fiammona cuoceva carne di capra e un gufo naturalmente spennato. Garibaldi vi stava fumando dentro un sigaro sbriciolato in una pipa di terracotta, stravaccato su una poltrona lacera e sfondata e la buca era piena dei “mille” pupi siciliani, che un pupaio aveva foggiato con la fisiognomica diversa per ciascuno dei mille del mercenario. Era il 1881, un anno prima della morte di Peppino e Villa il nano aveva ventun anni. Dopo aver mangiato, quella notte calda e afosa di agosto, il nano e il capraio Pupecoro arrivarono in un campo di camomilla immenso e lì vicino si sdraiarono supini l’uno di fianco all’altro, con la fronte rivolta verso le stelle e tra i fiori volavano lucciole e il mare davanti a loro, era in burrasca e i cavalloni delle onde a ritmo regolare coprivano e scoprivano alla loro prospettiva la luna, che offuscata ed accesa sembrava una di quelle larve ma gigante illuminantesi e spegnentesi ad intermittenza. Pupecoro raccontava al nano che tutti i caprai dell’isola credevano ad un Dio caprone dalla barba immensa da capretta e lo pregavano, perché le capre dessero tanto latte e così tanto formaggio, fatto sta che il nano mettendo una mano sull’erba rinvenne una scheggia di legno a forma di piccolo bambinello Gesù ligneo dal volto caprino, naturalmente asportatasi da una statua di madonna, che lo teneva in braccio.Pupecoro spiegò che l’eccezionale ritrovamento proveniva da una statua che gli antichi abitatori latini dell’isola, già caprai, portavano in processione su una barchetta, riempiendo le rive delle coste di Caprera di lumini galleggianti luminosi, in onore della festa delle capre e del loro Dio.Nel racconto ritornando in America, a notte fonda Cincinnato infine si vestì di una giacca color panna a striscie rosse pommarola a forma di tagliatellone e partì con il nano, per andare a prendere un amico: un reduce del Vietnam, il quale, dopo appena otto mesi di combattimenti, colpito da una raffica di bombe a mano lanciate dai vietcong, si era ridotto ad un busto privo di braccia e gambe e si chiamava Cunningham. Nel mentre viaggiavano Cincinnati spiegò al nano, che tutte le domeniche notti portava l’amico, munito di una sedie a rotelle, aiutandolo in ogni suo spostamento, in un motel ad amoreggiare con un entreneuse ogni volta differente. Infine il nano pianse nel vedere il ragazzo monco dappertutto, accarezzare con il naso i capelli profumati e giallo camomilla della ragazza chiamata Camil, sdraiato di fianco a lei su un letto matrimoniale dalla coperta color bandiera degli United States, nella stanza per appuntamenti del mothel. Il soldato spirò, dopo aver fissato gli occhi turchini dell’entrenouse per un’ ora. Mesi più tardi, Cincinnato partecipò ad una gara automobilistica nel circuito ovale di Indianapolis nella città di Speedway. Stette in testa dall’inizio alla fine ma all’ultima curva l’automobile sbandò, cappottandosi e andò in fuoco e il ragazzo bruciò nel rogo dell’abitacolo. Una delle “grid girl” o “ombrelline”, che posava di fianco alla sua macchina alla griglia di partenza, sostenendo un ombrellino e un cartello con il numero dell’automobile da corsa, era miss America, era detta Cocaina, vestiva un bikini, aveva la carnagione pallida e lattea, i capelli color vaniglia, un volto ovale, occhi pervinca e piangeva poi il corpo del giovane aitante dentro l’auto bruciacchiata. A Villa il nano poi arrivò una lettera con dentro le ceneri dell’amico ed anni più tardi una notte d’inverno gelida, munito di una torcia arrivò ai Lagoni e depositò nelle acque del lago calmo e nero un modellino della Ferrari di Niki Lauda, nella quale erano contenute le polveri di Cincinnato.

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