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C'era una volta

E il freddo era un bianco incantesimo

Gennaio era alle porte, le famiglie si preparavano alle insidie del gelo

E il freddo era un bianco incantesimo

di Lorenzo Sartorio

13 Gennaio 2022,14:54

I nostri vecchi, lasciatisi alle spalle il Natale, il cui meteo era stato previsto il giorno di Santa Bibiana (2 dicembre) «par santa Bibiana cuaranta di e 'na stmana» (a seconda se in quel giorno fosse piovuto, nevicato o ci fosse stato il sole, allo stesso modo il cielo si sarebbe comportato per le festività natalizie), avvicinandosi gennaio, si preparavano «il giornädi da frèdd» che esordivano con i falò propiziatori della «nòta äd fazagna» (5 gennaio) vigilia dell’ Epifania, attorno alla piante da frutto per scongiurare le pericolose gelate notturne. Sempre, agli inizi di gennaio, un altro sacro rito agreste era la maialatura, ossia l’uccisione del maiale che, per i «pramzàn», è «al gozén» quando è vivo e «al nimäl» quando è morto. Una dizione, quest’ultima, per onorare l’«animale» per eccellenza secondo la nostra gente campi. Arrivava Sant'Ilario (13 gennaio), patrono di Parma e «mercante da neve».

Sant'Antonio Abate («Sant'Antònni dal gozén») (17 gennaio) prevedeva l’antico rito della benedizione delle stalle, «dìll stabjj» e dei pollai. Un altro appuntamento «da freddo» erano i gelidi «Giorni della merla» (29-30-31 gennaio). Concludeva l’hit parade del freddo, secondo le tradizioni popolari, la «Sarjóla» (Candelora) il 2 febbraio e San Biagio (3 febbraio) ultimo «mercante da neve», come suggerisce l'antico adagio popolare: «San Bjäz al gh' à la néva sòtta ‘l näz» anche perché, febbraio, proprio per la sua instabilità meteo, se prende una piega sbagliata, può essere terribile e proseguire nel solco di gennaio «fervarètt curt curt l’é pés d’un turch». Tra «cul äd néva e ricam äd galabrùzza», arrivava «Sant’Antònni dal gozén» (17 gennaio). Un antico proverbio contadino sostiene che il giorno s’allunghi: «par Nadäl un didäl, per l’an' nóv al pè d’un manzól, par la befana al sält ädna cagna, par Sant’Antònni Abè un’ora sonè». L’ora è sicuramente un’esagerazione, ma che il «sole bambino» incominci a crescere corrisponde al vero in quanto, a partire dalla notte solstiziale del 21 dicembre, il sole inizia il suo lento cammino verso la luce. Un'altra importante usanza, in occasione del giorno dedicato a Sant’Antonio Abate, era la benedizione delle stalle che, in occasione della festività del Santo, venivano tirate a lucido, l’immagine di Sant’Antonio, accuratamente ripulita «dal tlarén’ni» (ragnatele), veniva acceso il tradizionale «lumén» mentre, alle bestie, veniva dato fieno di prima qualità.


Inoltre, in quella giornata, non dovevano essere uccisi animali, quindi la «rezdóra» si guardava bene dall’immolare una gallina o un coniglio. Se avesse compiuto «l’atto sacrilego» era credenza diffusa che il suo pollaio sarebbe stato ben presto annientato da un’epidemia. Il vaccaro si vestiva di nuovo ed anche la tavola contadina veniva imbandita a festa offrendo la possibilità alla «rezdóra» di preparare qualcosa di buono. Era tradizione che la porta della stalla dovesse rimanere aperta perché anche le bestie potessero sentire le preghiere che si recitavano durante il vespro. In occasione di questa ricorrenza la gente entrava nella stalla, si disponeva attorno al prete e ai suoi chierichetti, recitava le giaculatorie di rito in latino maccheronico, si faceva il segno di croce e poi offriva al sacerdote ed al suo seguito un bicchiere di quello buono. Il giro delle stalle era lungo come lunga era anche la sequela dei bicchieri trangugiati tanto da far dire ad un simpatico parroco di campagna di tanti anni fa al suo sagrestano: «andèmma avanti fin ch' as' conosèmma. Cuand as' conosèmma pu l'é ora d'andär a ca'». La leggenda dei «Giorni della merla» (29-30-31 gennaio) racconta la storia di quei merli che, inizialmente provvisti di un piumaggio bianco, si presero gioco di gennaio e, pensando che il freddo fosse terminato, uscirono fuori dal nido. Ma, il terribile «vecchiaccio», si fece prestare tre giorni da febbraio e continuò a bombardare la povera Terra di freddo, gelo e neve tant'è che i merli furono costretti a ripararsi dentro un camino. Quando ne uscirono, con i primi tepori primaverili, il loro manto era diventato nero-carbone e rimasero così per sempre. Dalle nostre parti, la «Merla», suggeriva alle «rezdóre» di portare in una tavola i classici «magnär da frèdd»: «riz e vérzi» cotto in brodo di ossa «äd gozén», piedino di maiale bollito cosparso di sale grosso, costine in umido con polenta, salame fritto e, come dessert, pattona e «vén nóv brulè bél cäld».


Per la «Sarjóla» (Candelora), 2 febbraio, un tempo, impazzavano strane e singolari previsioni meteo: «se ‘l sol al bata in-t-la candlén’na cuarànta dì d’invèron s’incamén’na», oppure «se la candlén’na la fa cjär a gh’è märs ch’al torna znär», «par la Sarjóla o ch’à pióva o ch’a néva o ch’a nasa la vjóla», «par la Sarjóla da l’invèron sèmma fóra». La «Sarjóla » era una scadenza molto importante e significativa per i nostri vecchi. Era convinzione diffusa, infatti, che la candela ricevuta dalle mani del sacerdote, una volta portata a casa e appesa sopra il letto o chiusa nel cassettone tra la biancheria, esercitasse benefici influssi contro le forze del male, quindi la si usava al capezzale dei moribondi e la si accendeva per la nascita di un bimbo. Emulando il rito che si svolgeva in chiesa in occasione della festività di San Biagio, protettore della gola, il più anziano (a) della famiglia, incrociava due candele benedette, a digiuno, e le appoggiava sotto la gola di chi avesse manifestato dolori alla gola, facendogliele baciare. Quando scoppiava qualche temporale estivo e la gente dei campi aveva il timore che i nuvoloni neri del «Buz ädla Jacma» si trasformassero in grandine, le «rezdóre» bruciavano l’ulivo benedetto nella «Domenica delle Palme» proprio con la candela della «Sarjóla». Ma anche le bestie venivano «immunizzate» da eventuali epidemie con la candelina magica del 2 febbraio mentre nei paesini di montagna venivano sciolti pezzettini della candela benedetta in un cucchiaio di ottone per curare i geloni nelle mani causati dal freddo.


Comunque il simbolo dolce e grazioso dei freddi inverni parmigiani era «l’ozlén dal frèdd» è cioè lo scricciolo che, saltellando e sorvolando prevalentemente le siepi emetteva un singolare cinguettio che ben si sposava con il freddo che lo circondava. L’uccellino, in dialetto chiamato «sibibi», in relazione al suono che emette «si- bi - bi» ha ispirato un antico adagio contadino: «cuand al canta al sibibì, al padrón al cmanda al famj, cuand scapa al cornación al famj al cmanda al padrón». Il proverbio riguarda le disdette che si davano ai famigli e, cioè, ai servi, quaranta giorni prima di San Martino che chiudeva l’annata agricola. I servitori, che temevano di essere licenziati, in autunno ed in inverno (quando cantava il «sibibi»), si mostravano più affezionati del solito. Al contrario, quando partivano i corvi ed i padroni avevano bisogno di mano d’opera (e cioè con l’inizio dei lavoro dei campi), erano i famigli ad avere un po' più voce in capitolo.

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