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Il racconto della domenica

Dal muro una voce

Incontri  nella nebbia

di Vittorio Gherri

05 Aprile 2022,07:19

Alceste, quella mattina, si svegliò presto. In realtà lo faceva da una vita, ma quella mattina venne spinto giù dal letto dai suoi pensieri. Era quel misto di pensieri, ricordi, rimorsi e rimpianti che gli provocava la sensazione di vagare in un labirinto al contempo conosciuto ed inestricabile e nel quale veniva condotto, suo malgrado, ogni volta che ne avvicinava la soglia. Da alcune settimane quello strano turbinio trovava in lui un compimento, una via di fuga, come se avesse imboccato, finalmente, l’uscita da tanto tempo cercata. Non gioiva per questo, anzi, attribuiva a questa variante recente il significato che si attribuisce all’ultimo capitolo di un libro, all’ultima spiaggia delle tante possibilità percorse. Aveva un’età per la quale ogni gesto che compiva, ogni suono che sentiva, ogni pensiero su cui soffiava, trovava facilmente paragone e confronto con quello che aveva già fatto o visto fare, in quello che aveva già pensato o in quello che si era già avverato.
Era vicino agli ottanta e guardando controluce i suoi anni li riconosceva tutti pieni di battaglie. Era stata battaglia, forse la più dura, farsi carico, in anima e testa, dei problemi degli altri, meglio se più poveri e derelitti, meglio se desiderosi di libertà, indipendenza e diritti. Era stato grande lavoratore di schiena e di braccia. Era stato buon pensatore di intuito e di logica. Sapeva che non si potevano usare solo le braccia così come anche la testa, senza l’azione, sarebbe rimasta sterile contenitore di pensieri. La popolazione del capoluogo e delle frazioni vicine, era prettamente contadina. Trascorreva un’esistenza tipicamente rurale, graffiata da epidemie, periodi di crisi e agitata da movimenti di rancore, sensazioni di ingiustizia che facevano sentire iniqua ogni decisione presa dall’alto.
Fin da giovane bracciante, Alceste, si era fatto portavoce di questo disagio diffuso, lui che riusciva ad accendere i cuori e le speranze quando parlava. Non aveva tardato a divenire delegato di tutte quelle voci mute che interpretava, capo-lega di quella nascente organizzazione che le raccoglieva e le rappresentava. Ed erano state nuove battaglie, fatte di comizi, cortei e proteste. Ed aveva capito come dietro i tanti nomi con cui si identificavano i faticatori della terra, i bergamèn, i filagn, i vachèr, i biòls, i famì da spesa, i cotmén, i casànt, i stagionèl, i giornalièr, i braciànt, i pigionèl, i’ obblighè, c’erano i tanti volti della stessa povertà. Spesso annusava l’aria e sapeva anticipare le situazioni, leggerne i tempi. Il capoluogo e tutte le frazioni stavano per essere interessate dal primo e più vasto sciopero agrario di sempre. Il focolaio fu proprio nel suo comune. Più di 400 «famì da spesa», incrociarono le braccia per ottenere migliori condizioni di lavoro e sollevando una vasta eco, non solo a livello locale. E fu battaglia, vera, cruda, da denti stretti e mascella larga. I proprietari e i conduttori dapprima vacillarono per alcune settimane, ma poi a fine settembre gli scioperanti cedettero. Come se non bastasse il territorio fu bollato come reazionario e fu istituita una caserma di Carabinieri Reali proprio in paese e a pochi passi dalla sua casa. Sentiva che anche in quei giorni, a distanza di 7 anni, stava montando una nuova protesta che arrivava ancora una volta dalle campagne, più forte, più ampia. Alzava gli occhi verso la finestra come a percepire meglio in lontananza il muggire delle stalle, l’agitazione delle voci.
Sapeva di trentamila braccianti in protesta, ma sapeva anche dei loro figli mandati in altre regioni per motivi di sicurezza e di fame. Sapeva cosa significava tutto questo, ma sentiva anche che non doveva e non voleva più farne parte. A distanza di sette anni si trovava, ora, a combattere una nuova battaglia, quella contro la solitudine e i suoi pensieri. Pensieri fatti di slogan, pugni chiusi, ciuffi al vento, bandiere e muri parlanti. Gonfio di questi ragionamenti, abituato com’era a tradurli in cose concrete, arrivò a prendere una decisione. Quella sera scese in cantina a cercare quello che aveva immaginato fosse ancora al suo posto. Uscì in strada e, protetto dal buio, si diresse verso il muro nuovo della Chiesa. Volle che quello risultasse il suo ultimo avviso, la sua ultima esortazione ad unire le forze. Per ogni spalla di mattoni disegnò e colorò col pennello un tricolore come quello sventolato sotto le mura del castello nel 1796 e volle lasciare una scritta di quel colore rossastro come vide da bambino sul loggiato.
Anche don Fedele sarebbe stato d’accordo e lo avrebbe lasciato fare, se lo avesse visto. Intinse il pennello e, appena finito, si allontanò di un passo per vedere meglio l’effetto, respirò profondo e in cuor suo sperò che quella scritta durasse cent’anni. Era sicuro che l’indomani, col sole, tutti l’avrebbero letta e i suoi avrebbero capito. Chiuse gli occhi un istante, gli sembrò così che il cerchio si chiudesse e con esso la sua vita.

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