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ARTE

Lorenzo Dondi, quella grande mela che parla dell'America

La «pitto-scultura» nel suo atelier. L'artista parmigiano racconta le passioni di una vita.Dall'infanzia nella Bassa a Fontanelle di Roccabianca ai tempi della «Corriera stravagante» al Montanara

Quella grande mela che parla dell'America

di Antonio Bertoncini

12 Maggio 2022,19:41

Se cercate qualcosa di rassicurante e scontato, non andate da Lorenzo Dondi. Con i suoi 77 anni passati fra tornitura, birre e quadri, ha ancora voglia di stupire chi gli fa visita nel suo atelier in via Ulivi. Ci sono tanti quadri che ama, qualcuno che non venderà mai perché in quei tratti sulla tela ci sono la sua famiglia e la sua vita. Ma quello che colpisce subito il visitatore è una mela gigantesca che fa bella mostra di sé nell’ingresso dello studio. «11 settembre 2001 - bye bye America»: si chiama così, ma il titolo è un dettaglio, perché in questo caso, come in quasi tutte le opere di Dondi, il quadro racconta una storia, ci parla attraverso il linguaggio simbolico di un surrealismo tutto personale: «Ho realizzato una pitto-scultura - spiega l’artista - una grande mela in rilievo costruita con materiale simile al polistirolo, poi ci ho incollato sopra una bandiera americana originale in stoffa e delle garze ricoperte di gesso a colpi di pennello, e infine ho lisciato la mela con la carta vetrata».
In questo caso anche i materiali parlano. L’opera è ispirata ad una particolare stagione della politica americana: «L’ho realizzata nel 2006, quando si potevano misurare gli effetti tragici di un evento che ha cambiato il mondo e ha cambiato l’America». In realtà, Dondi, che non è certo privo di ambizioni, capace di cimentarsi con imprese al limite della temerarietà, già un mese dopo il crollo delle Torri Gemelle, aveva spedito al sindaco Bloomberg un progetto per costruire il memorial del World Trade Center, ricevendo il ringraziamento del capo dello staff del primo cittadino della Grande Mela: «Erano due ali d’aquila protese, alte 541 metri, collegate da pioli-tunnel in cristallo e acciaio - spiega Dondi - l’ho fatto perché il mio sogno era di fare l’architetto, ma mio padre mi disse che non aveva soldi per farmi studiare, e mi trovò il posto da Bormioli».
L’avventura umana di Lorenzo comincia 77 anni fa nella Bassa a San Secondo, anzi, 9 mesi prima: «Sono stato concepito sotto una baracca, in mezzo alla neve, nel campo di concentramento di Sonneberg, dove si incontrarono e si innamorarono i miei genitori, un amore lungo mezzo secolo, lui ufficiale catturato dai mongoli l’8 settembre del ‘43, arrivato a Sonneberg dopo 15 giorni di treno, lei giovane croata che lavorava da quelle parti: così mi hanno regalato il mio sogno di libertà. A mio padre ho dedicato «1944-45 L’acrobata di Sonneberg», uno dei quadri che amo di più». Poi nel ‘48 il trasferimento della famiglia a Fontanelle, dove il piccolo Lorenzo diventa il “cocco” di Giovannino Guareschi, che se lo porta dietro come «domatore di rane» e lo ribattezza «Lorens dal cul tent». «A Fontanelle ho vissuto la più bella infanzia che si possa desiderare». La vita lo ha quindi portato per altri lidi, non a domare rane, ma a fare atletica leggera inaugurando il Campo Scuola, a diventare sottufficiale di Marina e, al ritorno nel 1967, a conoscere la donna che sarebbe diventata sua moglie e che lo ha incentivato a prendere in mano il pennello.
Ma per mantenersi Lorenzo doveva lavorare, così ha fatto per 15 anni il tornitore (abilità utilissima per costruire le sue sculture e i progetti di architetture non realizzate), ha insegnato per un anno all’Inapli, e infine il tuffo nel vuoto, l’avventura che lo ha reso famoso non solo a Parma, ma in mezzo mondo, una leggenda finita sulle colonne di Corriere e Repubblica: la creazione della Corriera Stravagante in via Preti, nel quartiere Montanara: «E’ stata un’avventura straordinaria, lunga 37 anni, i primi 20, quelli più ruggenti, in via Preti, gli altri 17 in via Platone, dove la Corriera continua la sua corsa. A partire dagli anni Ottanta la Corriera è stato un luogo di aggregazione, una specie di tempio del rock e del blues, con quasi mille concerti. Io facevo l’intrattenitore, mio fratello Franz, che allora suona nei Moschettieri, si occupava delle serate musicali. Angelo Banzola era praticamente ospite fisso. Ci abbiamo mantenuto due famiglie per tutti questi anni».
Nel giugno 2001, il trasferimento in via Platone: «Sta funzionando bene come pub, ma devo ammettere che quella magica atmosfera non poteva più essere replicabile». In tutto questo tempo Lorenzo Dondi ha scritto libri di poesie (uno dedicato all’amico Fritz, 100 sigarette al giorno e 25 anni di manicomio), ma soprattutto non ha mai smesso di dipingere, ed ha realizzato il logo per il Centenario Verdiano nel 2001. Nel suo atelier in via Ulivi oggi ha ancora 200 quadri, molti in vendita. Ci sono le Onde di Lussuria, con Leda, il cigno e il serpente, la Mela marcia di Trafalgar, con Nelson immaginato come rinoceronte («il mio animale preferito perché mi riporta alla preistoria»), la Morte di Pasolini. Poi ci sono ancora due delle cinque sculture dorate realizzate nel ‘98 per Confindustria, l’Ansia e il Narciso, ma c’è anche il Domatore di rane: «E’ una dedica a me stesso - conclude - uno dei pochi quadri che non venderò mai».

© Riproduzione riservata

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