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Mondo verdiano

Verdi: «Sono e sarò sempre un paesano delle Roncole»

Piacentino, Parmense o Bussetano? Basta polemiche. La verità nella celebre frase pronunciata dal Maestro stesso

«Sono e sarò sempre  un paesano delle Roncole»

di Vittorio Testa

15 Giugno 2022,12:47

Piacentino, Parmense, Bussetano, Parmigiano? Finiamola. «Sono e sarò sempre un paesano delle Roncole». Ecco fatto. Paesano: «paisàn dal Roncli». Roncolese.

Lo disse Verdi a Parigi nel maggio del 1863, a cinquant’anni, diventato famoso e ricco, popolarissimo e scorbutico con i giornalisti, «gazzettieri musicali» che il grande Roncolese teneva lontani da sé, permettendosi acuminate vendette sotto forma di battute irte di bonarie ironie sconfinanti nel più acido sarcasmo.
Il vertice Verdi lo tocca con Hans von Bulow, il celebre direttore d’orchestra tedesco, il quale dichiara che non andrà a sentire la Messa da Requiem perché scritta «dall’onnipotente corruttore del gusto musicale». Un paio di giorni e dalla Germania arriva la mazzata. Per von Bulow però: e addirittura vibrata da Johannes Brahms in persona che definì la Messa verdiana «un capolavoro». Ecco che l’incauto, pentito, si genuflette al Roncolese battendosi il petto e chiedendo perdono per la sua «maxima culpa».

In quel momento, secondo noi che vaneggiamo alle Roncole davanti al manifesto saggiamente affisso in piazza, Verdi dà il meglio di sé, quello spirito bonariamente fulminante che ha imparato fin da bambino nell’osteria dei genitori, sempre piena di musica, di musicisti girovaghi, carrettieri e contadini, gente bellicosa munita dell’arma letale che ha il silenziatore: la battuta che ti annienta. Sicché Verdi al colmo del buonumore così rincuora a punzecchiature: «Non è il caso», gli scrive, «di parlare di assoluzioni e pentimenti. Se le vostre opinioni di una volta erano diverse da quelle d’oggi voi avete fatto benissimo a manifestarle, né io avrei mai osato lagnarmene. Del resto, chi sa, forse avevate ragione allora».

Sarebbe utile e istruttivo immaginare il Roncolese parlare in lingua madre. Proviamoci. «Chèr al me Hans, cusa vrìv da me? ‘Na benedisiòn? Ma dzil gnàn pra schèrs. Caragnè mia, Maestar Fonbulo: al mond a ghè mia ansòn cle parfèt. Tutti si sbaglia! E po’ forsi a gaviv ragiòn vuètar».

Sì, non c’è alcun dubbio: per capire fino in fondo il mondo Verdiano può essere utile una full immersion alle Roncole, capitale anche del Mondo Piccolo di Giovannino Guareschi, altro caratterino che ti raccomando, narratore a livello dei grandissimi come Jack London, Mark Twain, Stevenson. E alle Roncole si può cogliere quel non so che di atmosfera, ricreare il clima, i silenzi, i canti e i suoni dell’organo che Giuseppe Fortunino sentiva ogni giorno.

E al Maestro Sebastiano Rolli, fuoriclasse della direzione d’orchestra, colornese, Verdiano colto e profondo, chiediamo di accompagnarci in questo vagabondaggio di ricerca degli umori e delle emozioni vissute da un ragazzino che sarebbe diventato il più grande operista del mondo. Maestro Rolli: Mozart era figlio di un insigne violinista; Rossini di un sonatore di tromba e una cantante e poi studente a Bologna. Donizetti preso piccolino sotto le ali da Mayr e poi anche lui al Liceo musicale bolognese, il massimo al mondo di allora. Come può, come ha fatto Verdi a diventare quel che è diventato? «Verdi arriva tardi rispetto agli altri al momento della composizione musicale. Ma vi arriva con dentro di sé un mondo intensissimo di suoni e melodie, di immagini e caratteri, assorbiti in questa Arcadia vergine, di pochi studi. Paradossalmente una fortuna che si rivelerà allorché lui incontrerà Provesi a Busseto e poi soprattutto Lavigna a Milano. Verdi qui conosce il teatro di Mozart, il Don Giovanni, e affina la sua capacità di assegnare alla musica il ruolo principale: è la musica che muove le emozioni». E ha dentro di sé un mondo meraviglioso, questo bambino taciturno, nato la sera di San Donnino del 1813, mentre giù nell’osteria si cantava e si suonava, la madre Luigia Uttini dopo aver cucinato qualcosa e ballato, avverte le doglie e partorisce in fretta.

E il giorno dopo Carlo Verdi e la moglie vanno al fonte battesimale scortati da Bagassét, il violinista girovago con sulla spalla un pappagallo. Più grandicello, Verdi avrà un’autentica venerazione per Bagassèt che, anziano e cencioso sarà tra i pochi ammessi al cospetto dell’Orso Giuseppe assiso in Villa a Sant’Agata. E poi don Baistrocchi e il primo organo. E l’avanti indietro a piedi con Busseto fino ai quindici anni, quattro chilometri nel gelo o nella calura, altri quattro a per tornare. Silenzi immensi, notti d’un buio totale, cieli stellati belli e diamantei, paure da panico per improvvisi movimenti e versi di animali. È questa la scorta di immagini e di musica che ha accompagnato il Roncolese, divoratore del Nuovo Testamento, poi di Shakespeare. Un mondo interiore fantastico, vergine. Ogni giorno che Dio manda in terra è una festa musicale per Giuseppe. «Mio figlio», ricordava la bella e aitante Luigia Uttini, «era un bambino bravo, non giocava, era taciturno, tranquillo ma se sentiva un suono di qualsiasi strumento non c’era verso di trattenerlo». Suonatore d’organo imparato da due sacerdoti, Beppino incappa in quello che probabilmente diventerà lo spaventoso Dies Irae della Messa a Requiem, quei quattro strappi tellurici dell’orchestra, uno schianto terrificante, di portata michelangiolesca, secondo Massimo Mila. Era una domenica di settembre, Beppino deve suonare l’organo al Santuario di Madona dei Prati, si avvia a piedi, scoppia il temporale e lui si ferma da un amico in attesa che spiova.

Riparte e arriva alla chiesa: il fulmine ha ucciso quattro sacerdoti e due cantori. Uno dei preti morti fulminati è il don Masini che anni prima gli aveva assestato uno scappellotto perché perso dietro il suono dell’organo, Beppino chierichetto non porgeva le ampolle al celebrante. Colpito, lui ruzzola a terra e grida «cat vegna ‘na saièta», che ti prenda un fulmine.
Certe volte con il Roncolese non c’era mica tanto da scherzare. La Bibbia, Shakespeare, la destrezza impareggiabile nel dipingere i caratteri attraverso la musica: «Una precisione assoluta: una costruzione di drammaturgie perfette, raffinatissime», dice il Maestro Rolli, «non c’è una sola battuta nelle partiture di Verdi che non abbia un senso, un significato preciso ed ineliminabile. Il più grande di tutti».

E il più grande di tutti non ha la considerazione che meriterebbe. Possibile che si parli di Verdi quasi soltanto a causa di episodi eccentrici? Che Piacentini, Parmensi, Parmigiani e Bussetani non riescano a trovare un modo per celebrare degnamente il Grande Roncolese? Sì. E’ così. Che vergogna.

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