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E al Regio risuonò sublime la voce d'usignolo di Renza Jotti

Un libro sulla grande cantante in vendita con la Gazzetta di Parma

Lirica E al Regio risuonò sublime la voce d'usignolo di Renza Jotti

di Claudio Rinaldi

18 Giugno 2022,22:07

Una carriera breve ma intensa, un ricordo indelebile, oltre cinquant’anni dopo che una malattia l’ha portata via, nel fiore degli anni, mentre la sua carriera di cantante lirica stava spiccando il volo. Renza Jotti rivive in un libro scritto dal nipote Alberto Pedrazzini (con la collaborazione dei fratelli e della madre Elda, sorella di Renza). Il volume, L’usignolo e il fiore di roccia, sarà in vendita dal 18 giugno in tutte le edicole con la «Gazzetta».
Così comincia il ricordo dell’autore: «Dall’“Irish Indipendent” del 18 ottobre 1968: “il soprano italiano Renza Jotti è morta a Parma, in Italia, all’età di 31 anni. Lo scorso novembre la signorina Jotti fu acclamata come uno dei cantanti che ebbero il maggior successo al Festival dell’Opera di Wecford. Doveva interpretare il ruolo principale nell’opera di Rossini L’equivoco stravagante quando venne sopraffatta dal male”. Sono passati più di cinquant’anni da quando la sua voce si è spenta. Eppure, se mi volto indietro, mi pare un soffio, un “poco tempo fa…”».
Pubblichiamo la prefazione del direttore della «Gazzetta di Parma», Claudio Rinaldi.

«L'usignolo dalla breve primavera», sintetizza la «Gazzetta di Parma» del 16 ottobre 2011: è il titolo di un articolo di Roberto Longoni che celebra la grandezza di una carriera breve ma intensa, e di altissimo valore. Lo spunto è dato dall’ascolto di alcune registrazioni, consegnate ai nipoti di Renza Jotti dal marito, Vittorio Achiardi, che le aveva custodite gelosamente per tanti anni. Sette registrazioni uniche, con la voce immortale di Renza: che canta «Che gelida manina» della Bohème con Luciano Pavarotti e Raffaella Ferrari, e in un quartetto, sempre nella Bohème, nel quale s'aggiunge Marco Stecchi; poi, il «Rendetemi la speme» dei Puritani di Bellini, il Barbiere di Siviglia di Rossini, di nuovo con Stecchi, quindi un indimenticabile Duetto delle ciliegie ne L'amico Fritz di Mascagni, con Pavarotti. E ancora, una parte della Cavalleria rusticana di Mascagni, in cui Renza Jotti canta con Raffaella Ferrari, oltre a un brano del Barbiere di Siviglia, con le stesse interpreti.
Sono state quelle incisioni a trasformare un vecchio sogno in progetto. Il sogno dei fratelli Pedrazzini era celebrare la vita e la carriera della zia, renderle l’omaggio che merita per tutto quello che è riuscita a fare, nel poco tempo che la malattia le ha permesso, grazie a una voce straordinaria, all’impegno, alla tenacia, al coraggio. Il progetto è questo libro: basta sfogliarlo per rendersi conto di come l’obiettivo sia stato centrato. Con lodevole determinazione e con un affetto che i cinquant’anni e passa trascorsi dalla morte non hanno minimamente affievolito.
La «Gazzetta» è in qualche modo co-protagonista del volume, preziosa alleata per la ricerca meticolosa eseguita per ricostruire la carriera di Renza Jotti: lei stessa conservava ogni articolo, insieme a inviti, programmi di sala, biglietti e lettere private, e incollava ordinatamente i ritagli in quaderni. Da questi sono partite le ricerche.
Fin dalla prima apparizione ufficiale, al Regio (8 settembre 1956), per una serata organizzata dalla Corale Verdi. Renza Jotti – scrive la «Gazzetta», commentando l’interpretazione dell’aria Come per me sereno dalla Sonnambula – «ha posto in luce una piacevole e gentile voce, un po’ debole ancora nel registro medio ed inferiore, ma assai felice e squillante in quello superiore, sfociante in sovracuti di vivido smalto e di non comune bellezza». Non male, per un soprano che non ha ancora compiuto 19 anni.
Nella primavera del 1959, brilla al concorso di Montichiari. E Giuseppe Massera osserva sulla «Gazzetta», con orgoglio parmigiano: «È una cantante intelligente e sottile, ben dotata, agile e sicura. Ci è piaciuto vederla rappresentare con tanta dignità i colori di Parma (era l’unica concittadina tra i novanta concorrenti) in una gara tanto dignitosa e tanto sostenuta».
Ancora Giuseppe Massera, nel febbraio del ’60, commenta i progressi di Renza Jotti, recensendo un concerto vocale, diretto dal maestro Ettore Campogalliani, al conservatorio Arrigo Boito: «Riserviamo un applauso particolarmente sentito al concittadino soprano Renza Jotti che ci è parso notevolmente in progresso nel suo ruolo di soprano leggero dove ha offerto prove molto convincenti e una agilità notevole unitamente a una espressione sempre meglio raggiunta nello spirito delle esigenze propriamente musicali e per promettenti qualità interpretative che abbiamo potuto ammirare senza riserve nella difficile pagina dei Puritani Qui la voce sua soave».
Poi, via via che la carriera prosegue, è sempre la «Gazzetta» a testimoniare l’escalation di impegni e di successi, concerto dopo concerto, opera dopo opera. Citando anche, sempre con orgoglio parmigiano, gli elogi che altre testate riservano al soprano (come in occasione di un’esibizione al Maggio musicale a Firenze). Fino all’entusiastico titolo «La soprano Renza Jotti trionfa nell’Otello di Rossini» (e nel catenaccio: «Concorde la stampa inglese e irlandese nel giudicarla, nella parte di Desdemona, un’artista di rare qualità»), all’indomani di una prestazione applauditissima a Wexford, in Irlanda, nel settembre del 1967.
«Il canto rappresentava la sua ragione di vita», sintetizza, infine, la «Gazzetta», nel coccodrillo che le viene dedicato quando la malattia se la porta via. In trent’anni ha scritto una pagina importante della gloriosa storia della lirica a Parma. Questo libro le rende l’onore che merita, perché il ricordo di chi l’ha conosciuta resti vivo e perché chi non l’ha incrociata sappia che bel personaggio è stato, questo delicatissimo e meraviglioso «usignolo dalla breve primavera».

© Riproduzione riservata

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