LUTTO
Francesco dagli anni ’90 frequentava con interesse il circolo Il Borgo; prima l’ho conosciuto con i libri delle sue poesie: «L’umana compagnia» fu il primo nel 1994; poi l’ho conosciuto per i suoi quadri cesellati di nature morte; poi mi ha dato una trentina di pagine dattiloscritte da rivedere: parlavano di un povero bambino nella Taranto diroccata dell'immediato dopoguerra.
Morti i genitori, non trova posto negli orfanatrofi; il nonno, per fargli avere un pezzo di pane, lo denuncia ai carabinieri come un ladruncolo. Due carabinieri, aveva 10 anni, accompagnano in treno lui ed altri ragazzotti da Taranto al Lambruschini, il “carcere minorile” (leggi riformatorio) di Parma che diventerà la sua casa. Dentro al Lambruschini Francesco ha trovato anche tanto calore umano in padre Marcello ed in altre persone che, con i Gesuiti, entravano nel riformatorio. È diventato un uomo che tanto sperava ancora dalla vita. Ha imparato a suonare nella banda, a giocare nella squadra di calcio, a fare il giornale dell’istituto. Angiolina e Aldo Anelli di Ozzano Taro lo hanno casualmente conosciuto con quella divisa scura, lo hanno voluto nella loro famiglia e gli hanno fatto conoscere quel calore famigliare che non aveva potuto assaporare.
Ha cominciato a fare il venditore, porta a porta, di enciclopedie e dei suoi quadri per entrare, poi, come ispettore in Parmalat diventando, tra gli anni ‘70/’90, uno storico capo area in tante regioni d’Italia. Con la moglie Loredana ha dato vita alla sua bella famiglia, allietata da Silvia e Massimo e da cinque nipoti: Federico, Elena, Sara, Marta e Davide. Ma la Certosa gli è rimasta nel cuore: era la casa della sua giovinezza! E in una città che aveva completamente dimenticato la Certosa lui ne è diventato il paladino. Ha scritto al Ministero per fare sistemare i due cadenti pilastri su via Mantova, per anni sostenuti da arrugginiti tubi Innocenti; ha portato in Comune dall’assessore al verde urbano uno sponsor disponibile a farsi cura dell’ingresso della Certosa; ha ricevuto un sì, ma solo a parole e ne ha sofferto ancora di più. Ha scritto opuscoli a sue spese sulla storia della Certosa di Parma per farla conoscere e per ribadire che la “sua” certosa era la Certosa citata da Stendhal, e soffriva tanto quando qualcuno parlava della «certosa di Paradigna» invece di definirla una abbazia. «A Parma c’è una sola certosa: questa è la Certosa di Stendhal» amava ripetere.
Il suo libro su «I ragazzi della Certosa» ha commosso tanti lettori, ne esce anche la storia triste e bella del Lambruschini. Il libro è un trattato di pedagogia ed un tassello importante per la storia di Parma del dopoguerra. Il suo grande cuore era a disposizione di tutti. Nel suo bar di via Venezia arriva la voce di un papà che non ha tutti i soldi per fare operare un bambino: Francesco, insieme al barista, diventa un animatore instancabile nel raccogliere spiccioli e tanti soldi e crea un fondo di Munus per bambini bisognosi. Se n’è andato, Francesco Ranieri, riuscendo, con tanta gioia, due mesi prima di morire, a tenere fra le sue mani, attesa da quasi due anni, una bellissima pubblicazione del Ministero di grazia e giustizia sulla Certosa di Parma: dentro c’è anche un suo pezzo, l’ultima pagina da lui firmata, a testimoniare il suo amore per la Certosa di Parma, quella di Stendhal.
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