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"Tratta il disabile come te stesso e non farti paranoie"

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Le barriere si abbattono anche con l’ironia. Anzi, forse soprattutto. Perché l’ironia è un registro che annulla le distanze. Parliamo di barriere psicologiche, ovviamente, perché contro i gradini l’ironia può fare poco. Ce n’è una, umana e frequentissima, che pare, ai più, insormontabile: come approcciarsi ad una persona disabile? Se lo chiede spesso un normodotato: "Come mi comporto?", "Cosa gli dico?", "Si offenderà?" e così via. Ovviamente stiamo parlando di domande che non dovrebbero esistere e, in qualche modo, anche mal poste. Tuttavia, è la prassi. Sudori freddi, imbarazzi, gesti contratti, insicurezza, voci storpiate. C’è un signore, Roberto Giuffrida, che mi ha fatto capire come sia frequente la difficoltà nel comportarsi di fronte ad una persona che, forse solo apparentemente, ha qualche difficoltà in più. Lui è un giovane papà; suo figlio Liam, che ha 12 e gioca nella Montebello Calcio di Parma, ha partecipato a Coverciano ad una partita dimostrativa con i suoi compagni e con gli atleti disabili mentali di Special Olympics. Roberto ha accompagnato il ragazzo alla partita e, al ritorno, mi ha raccontato la sua esperienza: "Parti con l’idea di non essere all’altezza, hai paura di sbagliare – ha detto -: penso che il 90% delle persone voglia dare una mano a chi ha qualche debolezza in più, ma non lo fa perché non sa come muoversi. Invece, una volta che sei con questi atleti speciali, ogni paura scompare: sono loro che ti coinvolgono, che ti tolgono dall’imbarazzo, che ti risolvono i problemi. Se le barriere prima o poi si abbattono è grazie a questi ragazzi. Devo ringraziarli: ora che sono tornato a casa, mi sento una persona migliore". In questo spazio vi offriamo il punto di vista di Angela Gambirasio, disabile, autrice di un libro, "Mi girano le ruote", già più volte a Parma per presentare il volume, l’ultima una decina di giorni fa al circolo Arci APP Colombofili. Dal punto di vista della sua carrozzina, la Gambirasio propone, sul suo blog "Ironicamente Diversi", i dieci comandamenti dell’handicappato. Sì, handicappato dice lei; non disabile o diversamente abile: è il quarto comandamento, per esempio, che spiega come affrontare la questione del vocabolario. Fa sul serio la Gambirasio, psicologa; eppure è difficile trattenere le risate leggendo questi dieci consigli. E a fine lettura alcune delle domande iniziali potranno diventare fumo e qualche barriera potrà essere abbattuta.

Il decalogo

1 - A meno che tu non sia più vecchio o coetaneo dell’handicappato, oppure siate in discoteca o ad un’orgia party, non dargli del "tu". Fai finta di avere davanti un bipede della stessa età del disabile e adotta il "tu" o il "lei" a seconda del caso.

2 - Per il principio che non siamo cani, non siamo bambini e spesso non siamo nemmeno deficienti, rivolgiti a noi con un tono di voce normale ed evitando vezzeggiativi e diminutivi. A parte che sono abbastanza convinta che pure cani e bambini considerino rincoglioniti coloro che parlano in modo "cicciopuccioso", non è un bello spettacolo sentire un adulto che si rivolge ad un altro adulto parlando come un Mio Mini Pony. Evita dunque di finire le parole con "ina/ino/ini", "uccio/uccia/ucce", "etto/etta/etti" e noi magari eviteremo le parole che terminano in "one".

3 - A meno che tu non sia medico o infermiere nell’adempimento del servizio sanitario, nel primo giorno di conoscenza evita di chiedere allo sciancrato come mai sia sciancrato. Se è sulla sedia a rotelle a causa di un incidente, non è detto che voglia raccontare a chicchessia la tragica storia della sua vita. Se ha una malattia genetica, è estremamente probabile che comunque tu non l’abbia mai sentita nominare e non è che ogni volta si abbia voglia di intavolare un trattato medico per spiegarti cose che comunque non ti riguardano.

4 - Non porti il dilemma sul chiamarci disabili, handicappati, diversamente abili o chissà come quando ancora non conosci nemmeno il nostro nome di battesimo. A parte che generalmente il nome proprio di persona è tutto ciò che ti serve per una qualsiasi conversazione, la maggior parte dei veri invalidi non ha preferenze di sorta, una volta scartati i vari "storpio", "mostro" o altri termini riportati nel dizionario tra i sinonimi di disabile, come "cretino", "deficiente" e "bestia".

5 - Se proprio devi fare delle domande, onde evitare di smascherare i tuoi pregiudizi, almeno all’inizio mantieniti sul generale, tipo: “Come ti chiami?”, “Che fai nella vita?”, “Cosa ti piace?”. Da evitare invece le solite: “Come passi il tempo?”, “Vivi con i tuoi?”, “Quello è tuo fratello?”. Essere disabili non significa non avere niente da fare tutto il giorno e cercare modi per ammazzare il tempo. Non significa nemmeno per forza vivere con mamma e papà e sicuramente non significa che tutti coloro che ci stanno vicini siano alla fine dei parenti.

6 - Gli handicappati non sono angeli: non siamo creature senza sesso, che puoi accarezzare e abbracciare sempre senza secondi fini. Se sei gnocco e di una fascia d’età papabile, sappi che prenderò i tuoi complimenti come un flirt, perché non sono tua sorella. Ma soprattutto, se vuoi provarci, provaci! Abbiamo gli stessi diritti dei bipedi di essere corteggiati e piantati in asso. Lascia che siamo noi a decidere quando e se farci infinocchiare. Anche questa è parità. Una storia con un handicappato non deve necessariamente essere una storia seria. Conosco un sacco di disabili che credono nella botta e via: basta mettersi d’accordo. Meglio aver amato e perso, che non aver amato mai… vale pure per l’accoppiamento. Siamo adulti e spesso anche interessati ad essere consenzienti.

7 - Non sei tenuto a rivangare generazioni del tuo albero genealogico solo per dirci che conosci altre persone disabili.

8 - Se siamo da soli su un treno o in altro luogo pubblico, è alquanto probabile che abbiamo escogitato un modo per cavarcela. Non è detto ci serva il tuo aiuto solo perché siamo su una sedia a rotelle. Tuttavia, se ci vedi incastrati in una rotaia, rovesciati su un gradino o intenti a infilarci un golfino da dieci minuti, sappi che non abbiamo mai insultato nessuno solo per essersi offerto di dare una mano.

9 - Se stiamo facendo qualcosa d’insolito, tipo montarci degli arti artificiali, salire su un trabattello per prendere l’Eurostar, farci imbragare in un sollevatore per entrare in piscina o essere presi in braccio per superare le scale, non imbambolarti a guardare.

10 - Non farci gli auguri. Non affrontiamo la morte tutti i giorni, non siamo degli attori che entrano in scena (eccezion fatta per i falsi invalidi) e soprattutto non abbiamo grandi motivi per festeggiare. Che poi si vede che non frequenti né il teatro né gli ambienti in cui le persone devono superare delle prove, altrimenti sapresti che gli auguri portano sfiga e forse se non me ne va bene una è pure per colpa dei tuoi auguri.

"Ecco. Sembra semplice, no? – conclude la Gambirasio -. Queste sono le basi di condotta con il diversamente abile. Ma affinché sia tutto ancor più chiaro, farò come Gesù e vi darò un comandamento che li riassume tutti: 'Tratta il disabile come te stesso e non farti paranoie'".

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  • lucy

    19 Settembre @ 19.15

    .. il mondo della disabilità è vario. Questo decalogo trova forse valenza in chi come la protagonista porta con se una disabilità motoria... di chi con tanto sacrificio si è impegnato per raggiungere traguardi per ciò che riguarda la sua autonomia e la sua autostima. Come mamma di un ragazzo con una disabilità Intellettiva, sento di non condividere appieno le parole usate in questo decalogo , anche se riesco a capire le motivazioni dietro di esse. Anche mio figlio come tutti i ragazzi disabili si è sempre impegnato per il raggiungimento delle sue autonomie, riuscire a prendere un autobus da solo, attraversare la strada, chiedere un'informazione sono state conquiste formidabili frutto di un lavoro fatto in sinergia tra le sue capacità e la fiducia che abbiamo riposto in lui..... ma non l'ho mai visto infastidito delle attenzioni che uno sconosciuto gli ha rivolto perché vedendolo da solo ha "creduto" che avesse bisogno di aiuto.... né tantomeno, guardando la scena da lontano, ho pensato che l'abbia fatto perché lo riteneva incapace.... Io la chiamo rete di protezione sociale... solidarietà spontanea.... e i nostri figli hanno bisogno anche di questo.... Poi, non è indifferente la definizione usata per definire la disabilità.... in gergo comune la parola handicappato la si usa per dire "non sei buono a..." e quindi non è corretta da usare ... è offensiva , non è rispettosa versi gli sforzi che quotidianamente questi ragazzi compiono per imparare cose che agli altri riescono facilmente non perché dotati di una intelligenza superiore ma solo per il corso della natura... E allora mi chiedo chi sono i "i veri invalidi" a cui si fa riferimento nel decalogo? Sento di condividere solo la prima parte del titolo e lo modificherei in TRATTA IL DISABILE COME VUOI ESSERE TRATTATO... e allora mi identifico in pieno... a me piacerebbe che se fossi in difficoltà qualcuno si rivolgesse a me per aiutarmi... poi se non ne ho bisogno tanto meglio... possiamo sempre fare amicizia... così come succede a tutti... questa è la normalità a cui aspiro...

    Rispondi

  • Bastet

    15 Settembre @ 14.11

    chiedere ad una persona che cosa fa nella vita o con chi vive....non vuol dire volersi fare i cazzi altrui! con tutto il rispetto di questo mondo....ma qualcosa in questo decalogo,andrebbe riletto! o.O CAPITOLO TRENO:ho offerto il mio aiuto,a normodotati per molto meno! quindi mi scuserà la sig.ra gambirasio,qualora offrissi il mio aiuto anche al disabile che fatica a scendere da un marciapiede............visto che ho offerto il mio aiuto ad una normodotatissima signora di 30 anni,incinta con carrozzina e spesa. proprio perché io,le differenze non le vedo!!!!......e tratto tutti comunque allo stesso modo! litigi compresi! se ti comporti male,scatto! che tu sia sulla sedia a rotolle,con le stampelle o super normodotato!

    Rispondi

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