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Gambe e Cuore

Opera di Marco Barbarini

Gambe e Cuore
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Verrà chiamato “Il sentiero di Martin”,che con il suo cuore e le sue straordinarie doti atletiche ha salvato una vita.

Martin amava il bosco in autunno, con quelle infinite gradazioni di rossiccio, di giallo e di marrone, che ravvivavano il paesaggio silenzioso.

Amava lo scricchiolio delle foglie sotto le sue scarpe, e gli alberi che con la loro chioma bucavano faticosamente la coltre nebbiosa.

Era convinto che tutto ciò fosse uno degli spettacoli più strabilianti che la natura potesse offrire.

Fin dalla tenera età la montagna lo aveva stregato.

Aveva fatto la sua scelta “controcorrente” qualche anno fa, quando una volta terminata la scuola media, a Mongève in Valle d’Aosta ai confini con la Francia, aveva deciso di interrompere gli studi, e di andare a vivere in quota insieme al padre.

Si era stabilito sul monte Ardito, nel comprensorio della Grivla, parecchio a nord rispetto a Mongève.

Era un territorio abbastanza impervio;  per questo motivo gli abitanti delle vallate circostanti avevano attribuito l’ eloquente  nome alla sommità di quel luogo.

Il riservato Martin, a dispetto di tutti, lo trovava un posto perfetto;

soprattutto teneva lontano i curiosi, gli scocciatori, ed escursionisti inesperti che avrebbero potuto trovarsi in difficoltà in quell’ambiente.

Lui invece era un bel ragazzone con gli occhi chiari, perforanti.

Si muoveva tra rocce, creste, sentieri e pendii con una  agilità straordinaria, e aveva anche acquisito una notevole capacità di orientamento.

Si era adattato a svolgere diversi lavori come tagliare la legna e allevare animali; la condizione economica derivata da questo stile di vita era piuttosto modesta, in compenso ne traeva grande giovamento lo spirito.

Dopo tante stagioni e tanti anni trascorsi serenamente, in autunno del 1977 ci furono degli avvenimenti drammatici.

Una forte perturbazione insistette per tre giorni sulla regione, oscurando il cielo con nuvole grosse e pesanti.

La pioggia rumoreggiava impetuosa formando rivoli d’acqua che, ingrossandosi a vista d’occhio, scavavano solchi giganteschi.

Il vento ululava feroce e sferzava le piante tranciando violentemente rami e arbusti; nell’ aria elettrica si mischiavano odori di terra, erba, resina e muschio.

Anche la baita di Martin e di suo padre Fausto era in balia del vento.

Il problema più urgente era quello di tamponare l’acqua che entrava da soffitto e soprattutto dalla parte bassa delle pareti.

All’esterno un grande flusso generato dallo smottamento del territorio, premeva sull’abitazione.

Padre e figlio passarono ore e ore bagnati fradici, a tentare di non soccombere alla furia degli elementi, e alla fine caddero a terra esausti.

Quando Martin si svegliò ancora intontito, gli parve di scorgere qualche raggio di luce infilarsi tra le poche fessure rimaste.

Avevano sigillato come potevano ogni punto critico della baita, ciò nonostante erano entrambi a mollo nell’acqua.

All’improvviso potenti colpi di tosse ruppero il silenzio: erano di Fausto.

Martin lo vide poco distante, accasciato vicino alla porta che stava puntellando.

Si mosse per avvicinarsi e ancor prima di raggiungerlo si rese conto che la situazione era grave.

“Papà!!!”

Il genitore non solo non rispose ma cominciò a tremare violentemente.

Martin non riusciva a credere ai propri occhi.

”Ma che diavolo succede?!” Perché tutte queste sciagure ora?!?”

La lunga permanenza nell’acqua gelida era stata terribile per entrambi, ma l’anziano genitore aveva avuto la peggio.

Guardò e abbracciò suo padre, mentre veniva sopraffatto da soffocanti sensazioni di paura e d’impotenza.

Dentro quell’ abbraccio  percepiva il suo corpo freddo, ma il viso e la fronte scottavano.

Stette così un tempo indefinito; forse un minuto, forse un’ora, poi si alzò di scatto.

Doveva reagire, e in fretta!

Aprì velocemente porte e finestre facendo defluire la maggior parte dell’acqua, cercò affannosamente dei vestiti asciutti e della legna integra.

Per fortuna riuscì a trovare tutto ciò, così cambiò gli abiti a Fausto e accese il fuoco nella stufa.

Anche se era ansioso e infreddolito, riuscì a concentrarsi su come poteva uscire da questa situazione critica.

“Andrò a chiamare il dottore a Mongève; avrò fatto quella strada mille volte e la conosco alla perfezione posso arrivare in paese molto velocemente.

Resisti papà, la stufa non ha subito danni e funziona bene, e io sarò di ritorno molto presto”.

Parlò ad alta voce per rassicurare il padre e se’ stesso, poi si cambiò a sua volta e uscì dalla baita.

Il cielo era ancora coperto di nubi, ma un debole sole si intravedeva tra queste.

Si poteva dedurre che era mattina presto.

Aveva finalmente smesso di piovere ma l’aria era tagliente.

Era pronto per correre a perdifiato giù dalla cima, ma quando si apprestò a guardare l’ampio scenario più a valle, rimase sbigottito.

I punti più vulnerabili del territorio erano collassati.

I’ antico ponte tibetano che congiungeva la valle scura con la valle dei ginepri non era più al suo posto.

Sui pendii contrapposti erano ben visibili lingue di terra e pietrisco che, movimentati dalle acque avevano raggiunto il greto del fiume in modo casuale e convulso.

Più a est, una considerevole cresta di parete rocciosa del pizzo severo si era staccata, e precipitando con un salto di duecento metri aveva causato una frana colossale di migliaia di metri cubi di detriti.

Era uno scenario talmente incredibile da risultare addirittura surreale.

“Devo pensare a mio padre: è lui la priorità.

Il ponte non esiste più e io devo trovare un’altra via.”

Martin abbandonò definitivamente ogni esitazione e si lanciò di corsa, a tutta velocità, giù per il pendio; il suo istinto, ancora prima della mente, stava escogitando un percorso alternativo.

Sarebbe stato sicuramente più lungo, e avrebbe potuto essere a sua volta compromesso, ma non aveva scelta e sforzandosi di allontanare ogni pensiero negativo, accelerò ancora di più la sua già impressionante andatura.

In poco tempo aveva già percorso molti chilometri di montagna, quando, all’improvviso si trovò di fronte ad un precipizio, e solo buttandosi disperatamente a lato nella sua folle corsa, riuscì ad evitare il salto nel vuoto.

“Qui c’era un sentiero e ora c’è un dirupo?!”

esclamò incredulo ansimando, mentre il sudore gli percorreva copiosamente il volto.

“Non sarà certo questo a fermarmi”

Si volto a destra e realizzò che da quel punto poteva raggiungere il crinale, per poi scendere più a valle del tratto crollato, e intercettare nuovamente il sentiero.

La salita era notevolmente ripida e coperta di fango.

Il ragazzo pensò a suo padre e attaccò rabbiosamente il pendio.

Non stava in piedi e faceva una fatica tremenda, ma impiegando le sue poderose leve, con quadricipiti e polpacci che gli bruciavano, Martin arrivò in cima e poi riparti’ con la sua corsa disperata per chilometri e chilometri, attraversando la valle Verdena, i boschi di Vigogne, il pianoro di Planfort.

Anche se era un giovane ragazzo con una prestanza fisica straordinaria, si sentiva ormai al limite delle proprie forze.

Tutto d’un tratto scivolò e sbatté violentemente la testa sul suolo sassoso.

Il dolore e lo sfinimento paralizzarono quel corpo pieno di fango e di ferite, mentre una pioggerellina ghiacciata aveva cominciato a cadere, procurando l’effetto di mille minuscole lame sulla pelle.

“Mi dispiace povero padre mio..”

Gli parve di vedere sua madre Francesca, stimata guida alpina del luogo deceduta in circostanze misteriose quando era bambino, che gli girava dolcemente la testa.

“Perché quel gesto?”

Non fece in tempo a finire di chiederselo.. tra la nebbia, poco distante, intravide le luci di Mongève.

Anche in paese i danni furono rilevanti.

Durante la corsa verso l’abitazione del dottore, fece in tempo a notare alcuni tetti divelti, e persone che con ogni mezzo possibile si affannavano a sgomberare le strade dai detriti.

Bussò alla porta con una foga tale che per poco non la butto giù.

Il dottor Ivan Diemoz si apprestò ad aprire poco dopo, innervosito da quel modo rude di annunciarsi.

Era pronto a inveire contro chi si sarebbe trovato davanti, ma una volta aperto l’uscio dell’abitazione il giovane, trafelato, gli urlò addosso tutta la sua disperazione.

Il dottore fece d’ istinto un passo indietro, e i suoi occhi si sgranarono tra lo spavento e lo stupore, poi  ritrovò la calma e osservò meglio quell’individuo coperto di terra fino ai capelli che gli si presentava davanti.

“Martin?!?”

“ Dottore, mio padre ha bisogno urgentemente di lei”

“Figliolo, tu stesso hai detto che la strada è interrotta.

Capisci benissimo che non potrei raggiungere tuo padre in un tempo ragionevole.

Lui ha bisogno di cure e io ti rifornirò dei medicinali più efficaci che ho a disposizione.

Devi farglieli prendere il più presto possibile.

Di più non posso fare, e poi anche i feriti in paese hanno bisogno di me”

Il dottor Diemotz andò nello studio, e quando tornò porse al ragazzo uno zaino riempito con l’occorrente.

La sua espressione, in quel volto ossuto con i capelli bianchi come il latte, si fece molto seria.

“Ora vai, solo tu puoi tornare in tempo.

Vai finché hai fiato in gola, senza voltarti mai: la vita di tuo papà è nelle tue mani.

Ti prometto che appena la via verrà ristabilita verrò a farvi visita.

Ora devo pensare ai feriti qui a Mongève.

Buona fortuna ragazzo..”

Il diciannovenne ascoltando le parole del dottore, si sentì nuovamente investito di una responsabilità enorme, ma strinse i denti e ripercorse il più velocemente possibile il tragitto dell’andata.

All’imbrunire raggiunse Fausto che respirava appena, con un filo di fiato.

Il figlio eseguì subito un’iniezione, ravvivò il fuoco ormai spento nella stufa e si coricò al suo fianco, cingendolo nuovamente con il suo abbraccio.

Poi, senza più una molecola di energia in corpo, cadde in un sonno profondo.

Se esiste davvero un’entità, una forza, un Signore misericordioso che chiamiamo Dio, allora deve avere visitato la baita di Fausto e Martin quella notte, e deve avere deciso che quelle persone erano troppo preziose e meritevoli per lasciare anzitempo quei luoghi meravigliosi.

Di fatto, molto lentamente giorno dopo giorno Fausto si riprese.

Con il progressivo miglioramento del tempo, si poté intervenire e ripristinare i numerosi sentieri e passaggi interrotti, così il dottore ebbe modo di mantenere la promessa, e rinnovare le cure al vecchio genitore.

Al suo ritorno in paese raccontò dell’incredibile distanza che Martin aveva percorso in un solo giorno, del grande dislivello complessivo affrontato e delle condizioni proibitive del terreno.

La notizia rimbalzò di casa in casa e di paese in paese.

Addirittura si volle ricostruire e segnalare il percorso originale di quel giorno, e da allora divenne molto frequentato specialmente dai giovani che si ritrovarono a scoprire nuove piacevoli sensazioni che la corsa in montagna offre.

Verrà chiamato “Il sentiero di Martin”, un ragazzone con gli occhi penetranti, che con il suo cuore e le sue straordinarie doti atletiche ha salvato una vita.

Oggi, ventotto Ottobre duemilaquindici, Martin Rosset ha cinquantasette anni, ha vinto per due volte il campionato europeo di corsa in montagna ed è il responsabile tecnico e selezionatore della nazionale italiana maschile di skyrunning.

Il record sul percorso a lui intitolato è ancora inviolato.

Marco Barbarini

http://www.trailrunning.it/gambe-e-cuore/

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