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Può succedere di tutto, ma non si parli al femminile!

Nell'ultima puntata della serie TV Don Matteo la poliziotta in alto grado si arrabbia e dice: "chiamatemi capitano. Si declina al maschile. Sempre". La televisione pubblica può disinformare?

Può succedere di tutto, ma non si parli al femminile!
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"Don Matteo è un mondo in cui tutto può succedere ma, anche, una lente d'ingrandimento attraverso la quale guardare la realtà". Parole di Mario Ruggeri, sceneggiatore della fiction, capace di raccontare la realtà oltre la realtà. 

Ma non accade di parlare al femminile. Data tanta capacità non ci si aspetta lo scivolone dell'ultima puntata: la poliziotta in alto grado, protagonista dell'episodio, rimarca la sua appartenenza gerarchica ma afferma che si declina sempre al maschile.

Peccato che, da anni, in Italia, in Europa e nel mondo si stia portando avanti una lotta sulla femminilizzazione del linguaggio. Peccato che l'Accademia della Crusca abbia dato il suo parere rimarcando il fatto che il linguaggio è mobile, cambia nel tempo a seconda dei costrutti di pensiero condizionati da ambiente, fasi storiche, movimenti della società. Peccato la lingua (non il linguaggio) italiana utilizzi la regola grammaticale dell'appartenenza al genere maschile e femminile e nessuno di noi si sognerebbe di chiamare la donna che ci sta facendo un'iniezione infermiere: certamente sarà per noi l'infermiera. Ma quando si sale di grado qualcosa cambia...

Le parole della capitana sono netta disinformazione: perché affermano un'opinione che accontenta alcune/i, ma che scontenta molte/i. Nessun dibattito, nessuna storia. Parole buttate lì che non raccontano di una femminilizzazione di un linguaggio ormai avvenuta: quante sono le sindache che vogliono essere chiamate così? Quante le Ministre? Quante le avvocate, le ingegnere, le architette? Tante, seppure i disinformati affermino che non sia vero.

La televisione pubblica ha avuto il merito, spesso, di modificare il pensiero, di raccontare fenomeni sociali, di dare nuove indicazioni: le parole della capitana (scritte e validate da un uomo, lo sceneggiatore Mario Ruggeri) sono un salto nel passato e sono disinformazione: perché non danno conto del dibattito in corso, appunto, non informano. Ed è gravissimo per un programma TV, in prima serata, seguito da milioni di telespettatori.
E allora la domanda è inevitabile: perché? Quale significato può avere un urlo di tale forza, urlato in prima serata e a milioni di persone? Un unico significato: rintuzzare, spingere all'indietro, far rientrare nei ranghi (parola azzeccata dato il tema) le tante donne impegnate nelle Forze armate (in questo caso i carabinieri), capaci, di talento, ottime poliziotte, brigadiere, capitane, marescialle, appuntate e via (posso aver dimenticato qualcosa).

Donne che fanno fatica ad imporre la loro presenza in un mondo maschile (e maschilista): e allora che cosa fa la Televisione pubblica e il valente sceneggiatore? Fa affermare a una di loro che è il maschile a prevalere, e lo fa dire a una donna che, guarda caso, in quella puntata vuole diventare moglie. Insomma puntata più stereotipata non si poteva vedere: ed, ecco infine, l'asso dell'inutilità del linguaggio di genere.

Più ci si riflette e più il pensiero si fa certo: la frase è confezionata ad hoc per rintuzzare tutte le spinte in avanti, le conquiste, le lotte (l'ingresso delle donne nelle Forze Armate non è stato un cammino semplice). E allora pensi che può capitare al bar, che puoi sentire queste frasi su Facebook, ma non ti aspetti che la televisione pubblica disinformi. Eppure accade.

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