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Marco Calamai: il calamaio della felicità

Marco Calamai

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Lui è Marco Calamai. Ma chiamatelo calamaio, perché col suo inchiostro ti macchia in maniera indelebile; sei però sempre tu a decidere se immergere la penna oppure no. Immergiamola con le foto che vedete sotto.


Ci sono però cose che le foto non dicono sul weekend magico che ho avuto la fortuna di trascorrere a Cesenatico, all'Eurocamp, due settimane fa. C'erano 160 ragazzi da varie parti d'Italia, tra autistici, con sindrome di Down e altre disabilità che chiamano intellettive e relazionali, ma solo perché il vocabolario, in questi casi, frega sempre. A Cesenatico, per tre giorni, si è giocato a pallacanestro. Vera: pallone, passaggi, tiri e canestri. Tutto secondo il “Metodo Calamai”, inventato dall'allenatore che per primo diede fiducia al fenomeno Gianmarco Pozzecco, nel '93-'94, in A1, a Livorno. L'allenatore, classe '51, dopo 60 partite da giocatore e 365 da allenatore in serie A, stufo della pallacanestro di vertice, sempre più lontana da valori e passione, si è trasformato da Calamai a calamaio per andare a imbrattare di inchiostro le persone, facendo alleviare il disagio mentale di ragazzi disabili con la pallacanestro. Ma l'inchiostro è come un virus: il disagio che viene alleviato è quello di tutti. “Contaminare” è una delle parole d'ordine del suo metodo ed è quello che succede. Le regole del metodo Calamai sono tre: ogni persona, anche disabile, ha più qualità che limiti e su quelli bisogna lavorare; il gioco è un piacere, un diritto; passarsi la palla è l'inizio di un dialogo, di una relazione.


Ora immaginatevi l'Eurocamp: una vecchia colonia messa a nuovo una ventina d'anni fa e trasformata in un centro sportivo con campi da gioco sulla spiaggia. E una spiaggia, con tanto di ombrelloni e lettini a disposizione di tutti. Ecco, già questa è dignità: perché per questi ragazzi c'è una struttura bella, moderna, piena di sole, vicino al mare, con strutture attrezzate. Alla sera, sabato, pure la discoteca, quella del divertimento vero, senza aiutini, grazie alla semplicità del ballare insieme.


Poi ci sono gli allenamenti, dove vedi ragazzi con disabilità diverse tutti insieme. Nessuno si lamenta perché ha più capacità di altri; nessuno si sente superiore, anche se magari ha qualche mezzo o strumento in più. Dentro, un mondo di relazioni fortissime, anche con chi non parla, perché ha una forma di autismo non verbale. Ma a gesti e sorrisi si fa capire benissimo. Qui, in questo frullatore di emozioni nuove, sorprendenti e senza fine, prendono vita situazioni che nelle relazioni tra cosiddetti normododati sono rare, dimenticate. Ci sono i “ti voglio bene” con abbracci improvvisi, il “come stai?” che attende la risposta perché è davvero interessato. Capricci e musi lunghi, mai. Stando con questi ragazzi riscopri la naturalezza dei complimenti (“Sei bella”, “sei simpatica”) e delle domande che nemmeno da grandi devono fare paura (“Perché lui non parla?”, chiede un ragazzo al papà di un bimbo autistico). Si riscopre il senso di un abbraccio improvviso, senza chiedere permesso, anche se ci conosce da dieci minuti. Perché non si dovrebbe fare? Dove c'è scritto che non si può? È così inopportuno? È più facile provare imbarazzo. Miracoli dello sport e di questi ragazzi, che grazie alla palla a spicchi trovano respiro lungo e potente, sorriso largo. Carlo, il primo giorno, se ne stava per i fatti suoi, non aveva nemmeno voglia di palleggiare. Poche ore dopo era era tutto un brivido di emozione con la palla in mano, insieme a tutti gli altri. Scopri persone speciali, ognuno con la sua originalità, che è anche la tua: “Che faccia strana che fai, mi fai troppo ridere”, ti dicono. Detto da chi inanella una smorfia buffissima dopo l'altra, da chi conosce a memoria il mappamondo, da chi si scola il contenuto di qualunque bicchiere si trovi sottomano, da chi ci mette ore per mangiare qualsiasi cosa perso nei propri pensieri, da chi vuole sapere a tutti i costi che modello di autoradio ha la tua macchina.


A stare con questi ragazzi si impara che ognuno ha le sue manie e basterebbe riderci su. Tra questi ragazzi c'erano anche sette atleti di San Secondo: Andy, Franci, Big Giò, Little Giò, Dimi, Leo e Jimmy. Sono i ragazzi del “5 Alto”, un progetto di basket ideato, voluto e portato avanti da Tiziana Dodi e sposato dal Basket San Secondo. Una realtà stupenda. Che insegna tanto. Ne prendiamo uno per tutti: Franci, quando è felice, sorride e salta di gioia come un grillo. Allora, delle due l'una: o non esiste la felicità, o non sappiamo essere felici. A meno che non intingiamo la nostra penna in questo bellissimo calamaio di verità, per imparare da questi ragazzi ad essere semplici, veri e felici.

FOTO (di Luca Gribaldo)

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