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A scuola da soli

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Tra la foto a colori e quella in bianco e nero sono trascorsi quasi quarant’anni. Qualche sera fa, noi “bambini” della scuola “Corazza” sezione Tempo Pieno, che mettemmo piede in prima elementare lunedì 1° ottobre 1973, ci siamo ritrovati a cena a casa di Elisa, che nel frattempo è diventata un’importante liutaia, figlia del maestro Renato Scrollavezza, e ci ha accolto tra violini, archetti, ma pure vino e salame. Purtroppo non siamo riusciti a rintracciare alcuni compagni di classe. Rivedersi dopo tanto tempo ha comunque emozionato tutti, anche perché erano presenti alla cena le maestre Alda e Emma. Purtroppo il nostro amico Silvio non c’è più, e nemmeno la maestra Cecilia. Sì, avevamo tre maestre e le adoravamo tutte e tre.

In queste occasioni è normale ricordare il passato, i comportamenti di ognuno - gli episodi sono tanti - ma quelli rimasti più impressi nella memoria sono le attività manuali, le gite, i giochi, la realtà fuori dall’aula. Quelle cose, perdonate la genericità del termine, che ci hanno fatto crescere sani e indipendenti, che ci hanno permesso di affrontare la vita con una consapevolezza che forse oggi i nostri figli faticano a trovare, probabilmente anche a causa nostra. E’ da qui che è partita la riflessione di Paolo, che nonostante non sia diventato papà, vede che noi siamo gravati dal peso dei figli ben più di quanto lo fossero i nostri genitori. “Noi andavamo a scuola da soli!”, ricorda Antonella, che nel frattempo è diventata mamma cinque volte.

Inaugurammo una scuola che ancora non aveva nome, venne intitolata pochi anni dopo all’antifascista “Ulisse Corazza”, alla presenza di noi alunni. Il dopo-mensa era il momento più atteso. Tutti nel più bel giardino scolastico di Parma, le femmine a giocare a mondo, a elastico, a corda, i maschi a caccia di insetti, a rincorrere le lucertole, a giocare a calcio (i pali delle porte erano gli alberi e l’attaccante migliore era la Simona...). C’è chi ricorda momenti splatter, tipo che alcuni toglievano le zampine ai ragni e le appoggiavano sul banco. Una scuola che profumava di vernice fresca, come la nostra età, e che le maestre e i genitori fecero presto diventare un esempio per tutta la città e – se permettete – anche più in là. Perché loro, gli insegnanti, le nostre mamme, i nostri papà,  misero l’anima per costruire una scuola moderna, libera di proporre esperienze ai bambini, senza vincoli ministeriali, con un confronto continuo, la condivisione delle responsabilità, il vero fare e il vero sperimentare, il lavoro di gruppo e personale. Tutti protagonisti di un esperimento importante che non è riuscito a creare una frattura nel mondo della scuola e che proprio per questo andrebbe ripreso e ristudiato. Certo, i tempi sono cambiati e l’era digitale va utilizzata nel modo migliore. I giochi sul telefonino hanno sostituito palla bollata, ma bisogna riconoscere che se non esistesse Skype non saremmo riusciti a collegarci con Piero, affermato chirurgo in Inghilterra, oppure con Giorgio a Roma. E alle prossima cena dovremo aggiungere un collegamento oltreoceano anche con Luca, che presto diventerà uno “strajè” in salsa messicana.

Ecco, io non so se ieri andava meglio di oggi, ma certamente si viveva più sereni e sia noi sia i nostri figli dovremmo recuperare un po’ di quegli anni Settanta (magari senza più staccare le zampine ai ragni).

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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  • Anto

    21 Aprile @ 23.10

    Io sono una delle bambine della foto b/n di quarant'anni fa. Molti di noi non si erano più rivisti ed è stato molto emozionante. Bravissime le organizzatrici Elisa e la maestra Emma e complimenti al nostro giornalista Cesare per il bellissimo articolo! Al prossimo ritrovo! Antonella

    Rispondi

  • Alessandro

    14 Aprile @ 21.25

    Ritrovarsi dopo 40 anni non è stato facile, tanto meno non è stato facile ricordarsi i volti, i nomi oppure i momenti passati insieme; è stata un'emozione grande, un tuffo nel nostro passato. Grazie a tutti per i bei ricordi che mi avete fatto riaffiorare! Alessandro

    Rispondi

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