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In coda per autografi e selfie

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La serata è di quelle per genitori. Meglio: di quelle per genitori che accompagnano i figli adolescenti. File di tredicenni che si fanno il selfie con lei, la reginetta dell’app di canto (in playback), oltre un milione di follower, 500mila tra Instagram e Youtube, medaglia di bronzo a livello mondiale. Poi l’attrazione cambia zona, tutti per di là!, sono arrivati due simpatici youtuber specializzati in scherzi terribili: i loro video li hanno visualizzati 30 milioni di persone, uno di questi ha raggiunto 1 milione e mezzo di click.

Sono questi gli influencer di migliaia di teenager, web-star uscite per una volta dallo schermo del cellulare rischiando di farsi venire i calli alle dita per firmare autografi, entrando così nelle foto ricordo dei nostri figli. Mentre noi più maturi restiamo lì a braccia conserte cercando di capire il fenomeno social.

Poco dopo sul palco arrivano i nostri. Rapper italiani che mi dicono essere famosissimi (e in effetti le grida dei tanti fan lo confermano, perlopiù ragazzine che nemmeno gli Stones dei tempi migliori), salgono sul palco quelli che “bella zio” sa già di antico, quelli che Frankie Hi Nrg potrebbe essere loro padre e così tento di ringiovanire un po’ cantando tra me e me “Quelli che benpensano”. Mi interrompo sul ritornello: non sarò per caso io colui che benpensa? Eccovi servito su un enorme piatto d’argento un velociraptor arrosto. Mi guardo attorno, io e tanti altri papà e mamme siamo pesci fuor d’acqua che tentano di adattarsi al nuovo clima. Una ragazza si sente male, a me verrebbe da gridare “c’è un sociologo in platea?!”. Avrebbe materiale per ricerche per i prossimi due anni. Dico due perché non ci sono più le mezze stagioni. Il mio amico Carlo, persona sensibile, sa mettersi in gioco. Lui, innamorato di Jovanotti e U2, forme di comunicazione diversa: “Esiste il rap bello – conforta –, intelligente e poetico che parla la lingua della strada dei giovani”. Insiste, a ragione, “ogni stagione ha nuovi filoni linguistici che si scontrano con la generazione precedente”. Così la nostra lingua non muore, penso. Fratture necessarie. “Poi ci sono i rapper pesi – termina - quelli frustrati e depressi, che tentano di uscire dall'ignoranza con un linguaggio volgare”. E che però a giudicare da quanti scaricano i loro pezzi, funziona. Non si sa quanto tempo durerà, ma funziona. Si tratta di distinguere chi porta evoluzione da chi porta involuzione.

Allora faccio un esperimento, scrivo un post su Facebook facendo il verso ad alcune star sentite l’altra sera. Una parola in particolare, che potremmo definire virile (“c…o”), come intercalare per fare colpo. Interessanti le reazioni. C’è chi mette l’emoticon con la lacrimuccia, c’est-à-dire “che tristezza”. Qualcuno mi ricorda, ironicamente, che sono vecchio. E’ così, ed è proprio per quello che voglio capire questi nuovi artisti.

Mi aiuta anche Elisa, classe ’67. Di mestiere fa la liutaia, in casa ha strumenti appesi ovunque.  “E’ il normale scarto generazionale, noto però che in queste canzoni c’è molta voglia di distruzione e autodistruzione. E’ un modo di ribellarsi a una società creata da noi. Forse ci sarebbe bisogno veramente della rivoluzione che i giovani chiedono. Comunque Nitro non è male”. Mi gela. Anche se penso che questa società l’hanno costruita e decostruita prima di tutto i modelli dell’individualismo e dell’egoismo con l’appoggio del consumismo.

Barbara, 50 anni, confessa: “Io sono rimasta a Tupac”. Vaglielo a spiegare che pure lei ha preso le sembianze di una pterosaura.

Alessandra invece era certa che crescere sua figlia a suon di Queen, Vasco, Dalla, De Gregori avrebbe sortito qualcosa, e si chiede: "Dove ho sbagliato? Tra me e loro c’è certamente più distanza che tra i mia madre e me". Sandro conosce tutti i rapper italiani grazie a suo figlio: “Speravo che ascoltando io i Pink Floyd...". Che sia proprio questa la chiave di volta? Sperare che i figli seguano le passioni dei genitori. Naaa. In realtà la musica è un fattore di aggregazione giovanile, indipendentemente che le generazioni ne comprendano i codici, musicali e non (tipo il fenomeno youtuber, appunto).

Forse è questione di ritmo, è lui che rap-isce i ragazzi. La vita è ritmo e loro hanno quantità immense di energie in divenire, da bruciare. Se c’è chi li vorrebbe immobili, quale altra opportunità hanno se non il virtuosismo delle  mille sillabe sparate come proiettili di una mitragliatrice? Potremmo definirlo lo sport della fonazione, rapper centometristi della parola. Ma, se la parola è potere, chi rappa potrebbe fare un colpo di Stato?  L’auspicio, al di là delle battute, è che si riesca a trovare uno spazio identitario aperto, a patto di aprire bene le orecchie. Tutti.

cesare.pastarini@gazzettadiparma.it

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