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Il confine della mia fanciullezza

Il confine della mia fanciullezza

Elaborazione originale disegnata appositamente per questo articolo da Gianluca Foglia (www.fogliazza.com)

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La mattina di giovedì 16 marzo 1978 ero seduto al mio banco in quinta elementare. Durante la lezione di Scienze (o di Matematica) arrivò trafelata la bidella aprendo la porta senza bussare. Saranno state le 11. C’era silenzio in quel momento e lei, la bidella, aveva il volto turbato, come spaventata. Si avvicinò alla maestra Cecilia sussurrandole all’orecchio. Cecilia si bloccò, pietrificata. Poi, smarrita, guardò in basso. Un attimo e rialzò la testa: “Bambini – fece un lungo sospiro seguito da una pausa – andate a casa”. I più diligenti di noi le ricordarono che non c’erano i genitori ad aspettarli. “Alcuni sono già qua fuori – rispose – comunque non importa. Li troverete a casa. Andate. E state attenti ad attraversare”. Frasi contratte come le formule che lei stessa ci insegnava. Per la prima volta nessuno era felice di uscire in anticipo, sentivamo che le parole della maestra erano gravi, pronunciate come macigni.

Io e alcuni compagni di classe, Ermes, Sandro, Paolo, Massimiliano, Luca, Silvio (Silvio… mi scappa una lacrima a scrivere il tuo nome e quello di Cecilia), tornammo a casa a piedi come sempre, ma in silenzio e senza scherzare. Sbigottiti per quel qualcosa che era successo, un qualcosa di cui non sapevamo nulla.

“E. Pastarini - B. Ferrari”: suonai il campanello di casa. Mia mamma chiedeva sempre “chi è?” al citofono. Quel 16 marzo di quarant’anni fa il portone si aprì senza la sua voce. Salii per le scale. La porta era aperta, televisore acceso, mia mamma in piedi appoggiata allo schienale della poltrona come ipnotizzata dalle immagini del Tg1 e dall’affanno di Paolo Frajese. Da lì a poco rientrò mio padre, che preferì accendere la radio Grundig, praticamente viveva incollato alla sua radio per ascoltare solo radiogiornali, musica classica e “Tutto il calcio minuto per minuto”. La radio a quei tempi era più veloce sulle notizie rispetto alla Tv e raccontava davvero minuto per minuto l’evolversi degli eventi. Osservavo mio padre e mia madre come si guardano gli scambi in una partita di tennis. Ancora ignaro dell’agguato a Roma, in via Fani.

L’estate precedente avevamo incontrato a Bellamonte Aldo Moro e gli agenti della scorta: Oreste Leonardi, Raffaele IozzinoGiulio Rivera, Domenico Ricci. Seguivano il presidente come ombre, a sufficiente distanza di sicurezza per far godere a lui e alla famiglia le vacanze in montagna. Certamente in Val di Fiemme quell’agosto non c’era il vicebrigadiere Francesco Zizzi, perché il suo primo giorno al servizio della scorta dell’onorevole Moro fu lo stesso in cui perse la vita.

Liberi di non crederci, ma da quel 16 marzo 1978 iniziai a interessarmi delle BR, di piazza Fontana e piazza della Loggia, di Pasolini, Mattei, De Mauro, Feltrinelli, Calabresi, Alessandrini, Occorsio, Bologna e di tante altre pagine buie di quegli “anni tra cane e lupo” come li ha definiti Rosetta Loy in un bellissimo libro. Buie ancora oggi.

Mia mamma in sala, mio padre in cucina. E io lì in mezzo fra le due porte, sulla soglia tra l’essere cane e l’essere lupo, figlio di nessuno nel giorno del mio undicesimo compleanno.

cesare.pastarini@gazzettadiparma.it

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