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Armiamoci così

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In gergo la lettera che pubblico qua sotto è definita un “aggancio di attualità”. Una sorta di fiocina lanciata per arpionare un tema del momento. Che in questo caso è la riapertura delle scuole. C’è un però: seppure la spinta propulsiva di chi l’ha scritta (una giovane universitaria col sogno di diventare insegnante) sia stata dettata dal periodo prescolastico, le parole che seguono hanno un valore assoluto, vanno ben oltre il periodo settembre-giugno, scavalcano qualsiasi pausa estiva, natalizia e pasquale. La lettera non affronta comprensibilmente i problemi della scuola, che sappiamo essere tanti. Ma se avrete la cortesia, e oso dire la volontà intellettuale, di leggerla, sarà più facile capire perché la pubblico con questa enfasi, con l’orgoglio che è arrivata nelle mie mani e che ora lascio nelle vostre.

Milioni di parole, centinaia di canzoni, ettari di foto e quintali di ricordi parlano di settembre. Parlano di quel mese che da piccina guardavo con diffidenza e tanta paura. Ogni volta che giungeva l’inizio della scuola cercavo di cambiare il modo di percepirne la partenza: è un traguardo, mi dicevo; è un nuovo inizio, mi ripetevo. Ma come ogni adolescente che si rispetti, l’unica cosa che continuavo a sentire sulla mia pelle era il pericolo di quel distacco, oltre che dall’abbronzatura, dalla comoda quotidianità: senza orari, con poche regole e con tanta vita che scorreva senza fermarsi.

Ora mi trovo in quel limbo costituito da una quotidianità che cerco di scandire e guidare io, scoprendomi ogni giorno alla ricerca di qualcosa di diverso. Mi è tornata in mente una delle domande più impegnative che mi siano state fatte. “Tu parli, parli, ma guardiamoci negli occhi: a cosa servono “I promessi sposi”? I ragazzi, a scuola, hanno bisogno di imparare cose concrete”.

Ho sentito una stretta alla bocca dello stomaco e nella mia testa rimbombavano ulteriori domande: se farò l’insegnante, come farò a trasmettere ai miei ragazzi la passione per ciò che studio? Come farò a spiegare cosa si prova a immergersi in un testo e sentirsi parte di esso? Dopo lunghe riflessioni mi sono arresa: non si può spiegare, si deve solo dimostrare. Dimostrare che “armi” si possono avere quando si riconoscono dei versi di Dante, quando si capisce una massima di Galileo, quando si sceglie a quali notizie credere e a quali no.

Di professione, oggi, faccio la sognatrice, sono cosciente che “tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare”. Sognare di raggiungere quella cattedra è quasi un istinto primordiale, un sogno cosciente che va oltre alle graduatorie da scalare e ai concorsi da vincere. “Vuoi davvero lasciare ai tuoi occhi solo i sogni che non fanno svegliare?”, mi ha provocato Fabrizio De André.

Ed ecco che arrivo a voi, cari professori.

Se ci fossero i Dieci comandamenti dell’insegnante, il primo, per me, reciterebbe così (forse dovrei imparare la sintesi): Ogni professore, per professione, si deve sentire un artista. Un artista di quelli che la bellezza la emanano con le parole, la voglia di ricerca da come si muovono e l’autonomia di pensiero da come strutturano i ragionamenti. Un artista che si muove sui passi degli adolescenti con leggiadria e tanta destrezza per non farsi colpire. Un artista che segue il proprio pubblico con estremo amore e che ricerca per loro, ogni giorno, il meglio.

In quest’epoca in cui sono stati nascosti tutti i punti di riferimento, voi professori avete il prezioso ruolo di educare gli studenti all’amore, alla passione, al rispetto. In un’epoca in cui i valori sono stati investiti dalla velocità, avete la fortuna di donare il vostro sapere, nella sua accezione più nobile.

Quotidianamente passano sotto i vostri occhi gli sguardi di studenti affamati di vita, ma poco capaci di muoversi tra le periferie.

Ecco a cosa servono “I promessi sposi”, le equazioni, i diagrammi di flusso, i nomi delle capitali, la catena alimentare e prima declinazione: a donare gli strumenti giusti per imparare a girare tra tutte le periferie del mondo. Servono a scolpire l’animo e la coscienza di quelli che oggi sono studenti, domani adulti e dopodomani genitori e alcuni faranno proprio gli insegnanti.

Cari professori, custodite tra le vostre mani, tra l’inchiostro delle vostre penne e tra i vostri libri di testo le vite e le passioni dei nostri ragazzi, dei quali oggi faccio parte anch'io: siate coraggiosi, osate e amate forte. I giovani sono dei boomerang fatti persone: ciò che donerete loro, tornerà indietro più velocemente e con più forza.

Buon anno scolastico.

cesare.pastarini@gazzettadiparma.it

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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