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Andiamo al cinema - Il colore della libertà

Un film civile ma debole e didascalico

Un film civile ma debole e didascalico

di Gianluigi Negri

07 Dicembre 2021,14:48

Nasce sotto i migliori auspici, con la produzione di Spike Lee. E racconta una di quelle storie che «devono essere raccontate»: la presa di coscienza di un giovane benestante dell’Alabama, che, nel 1961, sposa la causa dei diritti civili, andando contro ogni convenzione e contro un nonno appartenente al Ku Klux Klan (il compianto Brian Dennehy, nel suo penultimo film). «Il colore della libertà» porta la firma di Barry Alexander Brown (anche sceneggiatore), storico montatore di Spike Lee. E coincide con la sua quarta regia: il fatto, però, che non si sappia praticamente nulla dei suoi tre precedenti lungometraggi di finzione accende un primo campanello d’allarme. Tratto dal libro «Wrong side of Murder Creek: a white southerner in the Freedom movement» di Bob Zellner, il biopic, nel suo debolissimo didascalismo, non va oltre le buone intenzioni. Bob Zellner, comunque figlio di un pastore di aperte vedute, apre gli occhi su una realtà intollerabile nella sua piccola e razzista Montgomery, fino a perdere gli amici del liceo e a innamorarsi di una ragazza di colore. Sarà uno dei primi attivisti bianchi a schierarsi dalla parte dei neri.
Al di là di alcune scene di massa che ricostruiscono i movimenti di protesta e ne restituiscono il clima, la resa drammaturgica del film di Brown è veramente povera. Senza parlare del montaggio che, anziché essere il punto di forza, non riesce a nascondere la superficialità con la quale vengono affrontati anche i rapporti familiari e sentimentali.
 

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