HAMMAMET

HAMMAMET
  • Data di uscita:09/01/2020
  • RegiaGianni Amelio
  • Cast:Pierfrancesco Favino, Livia Rossi, Luca Filippi, Silvia Cohen
  • Genere:Biografico

Trama

Hammamet, fine del secolo scorso. Il Presidente ha lasciato l'Italia, condannato per corruzione e finanziamento illecito con sentenza passata in giudicato. Accanto a lui ci sono moglie e figlia, mentre il secondogenito è in Italia a "combattere" per riabilitarne l'immagine e gestirne l'eredità politica. Nel suo "esilio volontario" lo raggiungono in pochi: Fausto, il figlio dell'ex compagno di partito Vincenzo suicida dopo essere stato inquisito dal Giudice, e un Ospite suo "avversario, mai nemico". Sono gli ultimi giorni di una parabola umana e politica che vedrà il Presidente dibattersi fra malattia, solitudine e rancore: e la sua ultima testimonianza è affidata alle riprese di Fausto che nello zaino, oltre alla telecamera, nasconde una pistola.

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Il giudizio del nostro critico:

FILIBERTO MOLOSSI

«Quando io non ci sarò più chi mi difenderà?». 
C'è un respiro in questo film: faticoso, stanco, provato.  E nomi pochi, o nessuno: qualcuno falso, uno (quello di Vincenzo, Vincenzo Balzamo, il tesoriere del Psi di cui tutti si sono dimenticati tranne Wikipedia) vero. Ma è quel respiro fondo, intermittente, più di tutto a essere reale: il respiro di un re deposto, in esilio al di là del mare. Come un leone ferito, il Faraone vittima della sua stessa arroganza, cacciato da un «popolo» che nel frattempo è diventato «gente». E' un ritratto postumo e dolente, il film che Gianni Amelio ha dedicato agli ultimi giorni di Bettino Craxi, «l'uomo che si è arrubato l'Italia» di cui il regista de «Il ladro di bambini» restituisce la personalità complessa, vanitosa, carismatica, collerica, lucida, debordante: non tanto con fini agiografici come qualcuno sostiene, ma piuttosto riconoscendone, a freddo, l'umanità e, là dove «la democrazia ha un costo», l'onore della sconfitta. Cose belle, altre meno: Bobo che canta «Piazza Grande», Bonolis e le sue «spintarelle» preferito ai vecchi film con Robert Mitchum, Berlusconi e Vespa, confesioni alla videocamera, l'ombra di Di Pietro e  un'eredità politica che «semmai è una maledizione«. Ma dove «Hammamet» convince meno è nell'uso in un contesto  documentato o verosimile di un personaggio metaforico: quello del giovane figlio di Balzamo  (come una sorta di cattiva coscienza) con cui Craxi si confronta. E' la chiave narrativa principale ma anche la meno riuscita di un film amaro e per altri versi interessante, anche nel suo coraggio di spingersi rischiosamente  fino al grottesco più feroce (la sequenza con Olcese e Margiotta),  nel trasfigurare, rendendola contemporanea, la verità storica di un personaggio scomodo. Che abbia o meno ragione l'ingombrante numero uno socialista travolto da Tangentopoli quando sostiene che ad abbatterlo è stata «una rivoluzione falsa come i suoi eroi» è da vedere: certamente, nel susseguirsi di troppi finali, non si resiste dal domandarsi cosa ne sarebbe stato di un soggetto del genere nelle mani di un metafisico Bellocchio o del visionario Sorrentino. Congetture di poco valore però davanti all'interpretazione semplicemente mostruosa di Pierfrancesco Favino, 5 ore di trucco giornaliere per diventare (ho detto diventare, non semplicemente assomigliare) Craxi e un lavoro mimetico straordinario a livello di postura e intonazione. Basta lui, che da solo vale il prezzo del biglietto, a convincerci che «il caso C. non è chiuso».

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