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LA TESTIMONIANZA

Cos'è il long Covid? Ve lo racconto "in diretta"

La giornalista della Gazzetta: "Ne soffro da oltre un anno: condiziona la vita"

long covid

di Chiara Cacciani

05 Maggio 2022,13:19

I primi studi dicevano che se ne sarebbe andato in sei mesi. Ma a oltre un anno di distanza l'invadente inquilino è ancora qui.
«Cosa vuol dire che hai il Long Covid?», mi viene chiesto con stupore. E mille volte dal marzo 2021 a oggi l'ho riassunto così: «Star peggio da negativizzata che da positiva».

La (benedetta) Unità mobile del Covid hospital - per dire - è arrivata a casa mia quando a rigor di tampone avrei dovuto riprendere la routine quotidiana. Impossibile: infezione alla pleura e al pericardio (in forma leggera, probabilmente grazie alle terapie di prevenzione prescritte con tempestività dal medico di base), cefalee lancinanti due volte al giorno. E il sintomo tutt'ora più difficile da spiegare, anche ad alcuni specialisti: non è sonno, non è sonnolenza, non è stanchezza. Saranno i prossimi esami a dire se si tratta di una forma di narcolessia diurna. Quel che è certo è che da un momento all'altro gli occhi vogliono chiudersi e inizia una lotta tra volontà. Crollare significa finire in un sonno superficiale e ulteriormente sfiancante. Solo il movimento fisico - ho capito per tentativi - riesce a farmi «sfangare» la giornata. Ma non sempre si può. E anche fare programmi a breve termine provoca ansia: ce la farò?.

Di specialista in specialista (cardiologo, neurologo, pneumologo) ho imparato che il Long Covid è personalizzato. E che colpisce più le donne, in particolare nella mia fascia di età. E lo so cosa state pensando, coetanee: «Non bastava il resto, vero?».
Di quei 46 giorni di isolamento prima di rientrare al lavoro, restano tre simboli. La sedia a dondolo acquistata il giorno prima del lockdown, stazione di arrivo da quella di partenza (il letto) e in perfetto «modello vecchiaia»: davanti alla finestra aperta, con coperta sulle gambe e libri che a lungo non ho avuto la forza di aprire. C'è poi il quaderno in cui sbarravo le 9 pillole quotidiane via via fino a terminare al cura. E la tisana al carciofo che avrebbe aiutato il mio fegato e che una cara amica mi ha recapitato in generosa quantità: così amara e così tanta che perfino l'erborista ha espresso la sua solidarietà. E resta ora come fonte di risate (non amare).


E' stato poi un pneumologo dell'Ambulatorio Follow-up del Rasori, di fronte al persistere delle mie difficoltà, a inviarmi all'ambulatorio Long Covid di cui si parla qui sopra. E le parole della fisiatra che mi ha accolta nella stanza del Cattani mi hanno sollevata: «Possiamo fare qualcosa per aiutarti». Parlava della fisioterapia, che tanto ha fatto per lenire i dolori delle cefalee e farmi recuperare forza. Ma intendeva anche un sostegno «all'animo». La possibilità di offrire incontri con una psicologa è stata una intuizione fondamentale. E' lì che ho potuto riconoscere il peso della solitudine, i sensi di colpa e la frustrazione degli ultimi mesi. Su tutte, quella di non riuscire a far capire sia all'esterno (perfino ad alcuni medici), sia alla figlia-bambina che ha vissuto con me quei lunghi giorni di isolamento, che non si trattava di un banale mal di testa e di semplice stanchezza. Le cure, il sostegno e l'attenzione trovate all'ambulatorio mi hanno aiutato a cercare strategie e stimoli per una nuova quotidianità. Fino a quando l'«ospite» si convincerà, finalmente, che non siamo fatti l'uno per l'altra. Attendo im-paziente.


P.s. Da figlia di medico sono abituata a pensare che la buona sanità sia la regola. Trovo umiliante - insomma - l'applauso al comandante quando l'aereo tocca terra. Per questo il mio grazie ha nomi e non cognomi: per quel «di più» dato dall'umano riconoscimento, dall'ascolto attento e dal sorriso. Eccoli, in ordine di apparizione: sono Guido, Antonio, Paolo, Pier Anselmo, Piercamillo, Anais, Annalisa, Francesca, Ebe, Christian. Tutte e tutti preziosi.

© Riproduzione riservata

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