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Dogman, il "Canaro" Un mite all'inferno

Il riuscitissimo film di Garrone ambientato in una Roma spettrale

Dogman, il "Canaro" Un mite all'inferno
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E' un film che mostra i denti, che morde, che ti sta addosso, che ti tira dentro per la giacca; un film chiuso in gabbia che si apre solo nell'ultimo, quasi felliniano, fotogramma: in quella vendetta fatalmente arida, di esausta solitudine, svuotata di ogni senso.
Metafisico e straniante, eppure colmo di umana pietas, «Dogman», il potente, evocativo, bellissimo noir con cui Matteo Garrone, il grande regista di «Gomorra» e «Reality», ha appena presentato a Cannes. Nello squallore (anche etico) di una Roma quasi astratta, deragliata, da Far West, ultimo, scrostato e selvaggio avamposto dell'impero, la tragedia di un uomo non tanto ridicolo quanto mite e insignificante costretto a guardare negli occhi l'altrui e il proprio abisso: come il punto di non ritorno di un sub che non riesce a tornare in superficie. Dove, in ogni caso, non lo aspetta nessuno.
Ispirato a uno dei più cruenti ed efferati fatti di cronaca nera degli anni '80 - il delitto del Canaro, ossia l'omicidio dell'ex pugile Giancarlo Ricci da parte di Pietro De Negri (che, libero dopo avere scontato 16 anni di carcere, ora vorrebbe solo essere dimenticato), «Dogman» va molto oltre la storia vera (che serve solo come base di partenza) per tracciare invece un brutale, cupo, straordinario spaccato esistenziale: quello di Marcello, timido e inoffensivo toelettatore per cani nella periferia più marginale, vessato da Simoncino, balordo cocainomane che lo umilia e lo maltratta, trascinandolo nei suoi affari sporchi.
Fisico, aggressivo sin da subito, molto stretto sui suoi personaggi, il film di Garrone scende in profondità indagando (ed esaltando) le contraddizioni del rapporto di forza tra i due protagonisti, dove a colpire è soprattutto (prima che i ruoli si ribaltino) la fascinazione «malata» ma solo fino a un certo punto irrazionale di una vittima capace addirittura di salvare il suo carnefice.
Ispiratissimo nell'ambientazione (il film è girato a Castel Volturno dove il regista aveva già ambientato «L'imbalsamatore» e alcune sequenze di «Gomorra») e nella fotografia verde acido di Nicolai Bruel, essenziali nel dettare il mood del film, «Dogman» trova, in quel volere essere benvoluto da tutti di Marcello, nel suo faticosissimo desiderio di vedere affermata la sua dignità (grande) di uomo piccolo piccolo, paure, insofferenze e miserie contemporanee di una società contagiata dalla violenza. Ma se il film, violentato da rumori di fondo (le moto, i cani...) di una realtà che non ha pace, arriva forte, feroce, il merito va anche alla clamorosa, davvero incredibile, prova del protagonista Marcello Fonte, prima ex custode di un cinema occupato, poi attore per caso (venne chiamato a sostituire l'interprete di uno spettacolo, morto durante le prove...), infine anti star di un film scritto sulla sua faccia.

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