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EDITORIALE

Politica industriale Chi l'ha vista?

di Aldo Tagliaferro -

11 novembre 2019, 13:20

Politica industriale Chi l'ha vista?

C'è un filo tanto sottile quanto inquietante che lega vicende apparentemente diverse fra loro come l'addio di ArcelorMittal alle acciaierie di Taranto, la crisi perenne di Alitalia, l'adozione della plastic tax o la tassazione delle vetture aziendali, entrambe previste in manovra, tanto per fermarci a questioni di stretta attualità. Quel filo è l'assoluta mancanza di una politica industriale in questo Paese. Attenzione: non è un problema del governo giallorosso, ma una tara che ci portiamo dietro da tempo e che ha accomunato molti esecutivi, da quello gialloverde alle coalizioni di sinistra che l'hanno preceduto e su fino alle pecedenti repubbliche, seppur con modalità adeguate ad altre epoche.
La palese insofferenza di M5S per tutto ciò che ha a che fare con l'industria, la manifattura, la produttività e la crescita ha sicuramente deteriorato il quadro, ma pochi sono esenti da colpe anche perché - caso strano - all'opposizione hanno tutti la ricetta magica, ma una volta al governo la musica cambia. Mettere in atto una politica industriale significa da un lato possedere una «visione» di ampio respiro, dall'altro avere competenze in materia. Purtroppo oggi come oggi mancano entrambe, sebbene i ministeri abbiano fior di tecnici che evidentemente i politici snobbano nel malaugurato segno della superficialità dei tempi nuovi.
Entriamo nel dettaglio. Partiamo dall'ex Ilva. La questione è complessa e forse anche ArcelorMittal aveva sbagliato qualche conto all'inizio, ma è indubbio che la cancellazione delle tutele legali in una sequenza contraddittoria di decreti legge non ha aiutato. Torniamo alla «visione»: l'acciaio a Taranto non è una questione che riguarda «solo» diecimila dipendenti, ma mette a repentaglio l'intera industria italiana perché la bilancia commerciale siderurgica è in deficit per 3 miliardi e la perdita dell'acciaio italiano significherebbe per le nostre filiere (automotive in primis) rivolgersi a fornitori stranieri a prezzi più alti con tempi di consegna più lunghi e modalità di pagamento meno flessibili. Capite che  la stima dell''1% di Pil attribuita a Taranto è largamente in difetto.
Altra crisi in atto (per tacere di Whirlpool o Pernigotti): Alitalia. Il dossier continua ad allungarsi di governo in governo, l'emorragia giornaliera di milioni di euro non si tampona e all'orizzonte Delta e Lufthansa si alternano nell'annusare la carogna per prendersi i pochi brandelli rimasti appetibili. L'unica ricetta imbastita dopo i tanti milioni scuciti  (ma Bruxelles sugli aiuti di Stato dorme o ha solo pietà di noi?) è una sorta di salvataggio statale sotto l'egida delle Ferrovie. Ecco, altro tema ricorrente è la perenne tentazione di tornare al carrozzone pubblico (il ministro Patuanelli ha aperto a una nazionalizzazione dell'acciaio!) dal quale eravamo scappati qualche decennio fa e che oggi è prerogativa di economie di regime, come la Cina o la Turchia. Perché un conto è favorire le condizioni di sviluppo dell'imprenditoria, un altro è statalizzare l'industria.
Anche perché viviamo in un contesto già reso complicato dall'Unione Europea che in quanto a visione industriale pare ancora più miope: ha bocciato la fusione fra Siemens e Alstom, ha storto il naso su Fincantieri-Stx e ora drizzato le orecchie su Fca-Psa, come se la creazione di campioni continentali fosse un peccato in un mondo dominato da Usa e Cina.
Ultime riflessioni, legate alla manovra, visto che mercoledì scadono i termini per presentare gli emendamenti al Senato. Comunque vada a finire il solo aver ipotizzato la plastc tax e l'insaprimento della tassazione delle auto aziendali significa non avere alcun tipo di visione. Basterà soffermarci sul primo caso: già da 20 anni il «contributo ambientale» è una tassa per le aziende da 450 milioni l'anno ma almeno è finalizzato al riciclo e al recupero dei rifiuti, mentre aggiungere un euro al chilo con la sola logica di fare cassa nell'immediato porrebbe le aziende fuori mercato (favorendo ancora una volta la concorrenza straniera) senza alcun impatto sull'ambiente, che andrebbe invece (giustamente) perseguito con politiche di lungo termine.