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Fatti non fummo a viver come robot. O no?

Aldo Tagliaferro recensisce l'ultimo libro di Marco Magnani

di Aldo Tagliaferro -

03 febbraio 2020, 19:30

Fatti non fummo  a viver come robot. O no?

Sembra trascorso un secolo da quando Pier Paolo Pasolini distingueva tra sviluppo e progresso, concetti oggi inglobati, superati, addirittura triturati dalla parola magica di questo velocissimo scorcio di millennio: «innovazione». L’innovazione si gioca ora a colpi di intelligenza artificiale, big data, realtà aumentata, Internet delle cose, blockchain, criptovalute e ci fermiamo qui per pietà del lettore. 
L’economia globale e il mondo del lavoro subiscono la devastante accelerazione impressa dall’innovazione tecnologica che sembra rendere inconciliabile l’altro grande mantra contemporaneo, quello della sostenibilità. E’ possibile, a questo punto, migliorare la vita dell’uomo nonostante l’invasione dei robot? Se lo chiede Marco Magnani, economista - ma potremmo dire anche umanista, visto l’approccio di ampio respiro - che da anni indaga i rapporti tra economia e società, alla perenne ricerca di una sintesi tra le sfere della finanza e le esigenze sociali dell’uomo, come era accaduto in Sette anni di vacche sobrie (2014) e Terra e buoi dei paesi tuoi (2016). In «Fatti non foste a viver come robot» (in uscita in questi giorni per Utet, 263 pagg., 15 euro) Magnani riannoda i fili del discorso proseguendo peraltro la felice serie di titoli ad effetto e perfettamente centrati sul problema.

«Dal mito di Prometeo all’arca di Noè, dalle tre caravelle di Cristoforo Colombo alle missioni dello Space Shuttle, fino alle infinite guerre che hanno punteggiato (e tuttora punteggiano) il cammino dell’umanità, c’è chi si scotta, chi si ferisce, chi perisce. Ma alla fine si aprono nuovi orizzonti, si scoprono nuovi mondi, emergono nuove opportunità prima inimmaginabili»: la riflessione di Magnani offre la chiave di lettura di un problema che è vecchio quanto l’uomo e che con il passare dei secoli ha progressivamente  aumentato la velocità, soprattutto a partire dalla prima rivoluzione industriale. Ed è una chiave di speranza anche se l’azzeccato titolo dell’introduzione ha il rintocco inquietante del monito: «questa volta potrebbe essere diverso».

Già, se l’innovazione ha sempre avuto un impatto positivo su crescita e occupazione, questa volta i dubbi che nel lungo periodo il saldo netto sia positivo aumentano vertiginosamente. La novità - nodo centrale della riflessione dell'autore - è che a essere a rischio oggi non sono più solo le occupazioni manuali ma perfibo quelle intellettuali. Secoli di fordismo basati sulla dialettica uomo-macchina sono superati dalla robotica avanzata, dalla nuvola informatica, dalle nanotecnologie, in ultima analisi dall’automazione cognitiva che mina alle fondamenta professioni insospettabili: notai, fiscalisti, dietologi, broker finanziari e assicurativi, traduttori, scrittori, giornalisti (tranquilli: l’articolo che state leggendo è autografo...) perché lo tsunami tecnologico si sta abbattendo là dove un algoritmo può aver gioco sulla creatività e il pensiero laterale che, invece, dovrebbero proteggere (ma per quanto ancora?) architetti, designer, compositori ma anche quelle professioni empatiche come la fisioterapia o l'insegnamento e quelle in cui occorrono decisioni rapide e capacità di giudizio, pensiamo ai chirurghi, ai vigili del fuoco, ai giudici.

E’ lo stesso modello di crescita del capitalismo liberale a essere messo in discussione aprendo una serie di quesiti enormi non solo sul ruolo delle alternative possibili (economia circolare, sharing economy, convivialismo) ma soprattutto sulla redistribuzione dei redditi in un mondo nel quale l’uomo fosse in larghissima parte sostituito dalle macchine; anche perché gli investimenti necessari in nuove tecnologie «spingono a remunerare il capitale investito molto più del lavoro», sottolinea Magnani ampliando lo spettro della questione dal discorso economico a quello inevitabilmente politico e sociale. Posto che il luddismo è stato sconfitto dalla storia, Magnani cerca di individuare una terza via, ovvero la sintesi di una convivenza intelligente tra uomo e macchina consapevole di una sola certezza: «la transizione sarà lunga, difficile e trasversale a tutti i settori». 

In sette capitoli scritti con chiarezza esemplare e volutamente adatti a una platea ampia, Magnani fa una disamina dei motori di crescita, della rivoluzione tecnologica, delle professioni a rischio (ma anche dei nuovi mestieri che nascono), della sostenibilità e infine delle scelte da compiere. Lasciandoci un messaggio di speranza su un epilogo positivo, ma a due condizioni: «La prima è che l’uomo ricordi che il giardino dell’Eden gli è stato affidato affinché lo coltivi e lo custodisca. La stessa cura va riservata al pianeta e alle sue risorse, preservando le per le future generazioni. La seconda condizione è che, nel rapporto con le macchine, l’uomo riscopra ed eserciti in pieno la propria cvapacità di guida, la sua secoli funzione di “pastore”. Essere pastore di robot significa utilizzarli per migliorare la propria vita mantenendo centralità e preminenza».

 

Chi è Marco Magnani

Economista, vive da 30 anni fra Italia e Usa. E' docente di Monetary and Financial Economics in Luiss; dal 2011 senior research fellow alla Harvard Kennedy School of Government.