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Politica industriale: quando si comincia?

di Franco Mosconi* (Università di Parma) -

18 maggio 2020, 16:04

Politica industriale: quando si comincia?

Quando arriverà il momento in cui, nel discorso pubblico italiano, si riuscirà ad andare al di là della solita frase - “siamo la seconda manifattura d’Europa” - ripetuta a memoria dalla classe politica e senza mai aggiungere qualcosa sui modi coi quali conservare questa posizione d’onore? Certo, in base al “valore aggiunto manifatturiero”, calcolato dall’UNIDO (2019), l’Italia resta effettivamente la seconda manifattura dell’UE: 315 miliardi di dollari, contro gli 845 della Germania e i 304 della Francia. Ma quando andiamo a esaminare i dati sugli “investimenti in conoscenza” il quadro cambia perché è la Francia che arriva a occupare la seconda posizione.
E così per gli investimenti in ricerca e sviluppo: il rapporto R&S/Pil - ci dice Eurostat (2019) - è di oltre il 3% in Germania, del 2,25% in Francia e si ferma all’1,35% in Italia. E’ così per quella che l’OCSE (2019) chiama la “spesa nell’istruzione terziaria per studente” (dall’università in poi): 17.429 dollari in Germania, 16.173 in Francia, 11.589 in Italia.
Il tempo è propizio per iniziare a tessere senza esitazioni la tela, in collaborazione con i partner dell’UE, della nuova politica industriale europea. In un recente editoriale per “l’Industria”, rivista pubblicata dal Mulino (N. 4/2019), ho indagato su questa fondamentale area di policy. Il 19 febbraio 2019 quando Germania e Francia hanno pubblicato il loro Manifesto, l’Italia non c’era. Ma l’Italia c’è, per il tramite di Confindustria, nell’Appello firmato la scorsa settimana dalla nostra principale Federazione imprenditoriale insieme a quelle della Germania (Bdi) e della Francia (Medef).
E’ dal 2002 che la Commissione europea ha aperto la pagina della “politica industriale in un’Europa allargata”. Ebbene, l’impostazione va oltre le necessarie misure “orizzontali” (completamento del mercato unico, deregolamentazione dei mercati, ecc.), giacché enfatizza la transizione alla green economy, oggi molto in alto nell’agenda della nuova presidente, Ursula von der Leyen, e abbraccia interventi cosiddetti “verticali”; ossia, misure settoriali specifiche (per esempio, spazio e difesa) e investimenti nelle nuove tecnologie abilitanti (micro e nano-tecnologie, biotecnologie, fotonica).
La Germania sempre nel febbraio 2019 ha lanciato la sua “National Industrial Strategy 2030: Strategic Guidelines for a German and European Industrial Policy”. L’enfasi è tutta sulle nuove traiettorie tecnologiche: dalle ICT alle fibre di carbonio, dalle nuove biotecnologie all’Intelligenza Artificiale. Fra le possibili azioni volte a plasmare anche in Italia una nuova politica industriale ho avuto modo di proporre, nell’articolo più sopra menzionato e in altre sedi, le quattro seguenti:
i) l’elaborazione di una nostra Strategia Industriale Nazionale 2030;
ii) un utilizzo dei fondi pubblici per le imprese (sovvenzioni dirette, prestiti garantiti, ingresso nel capitale), reso oggi possibile dal nuovo quadro UE sugli “aiuti di Stato”, finalizzato non solo all’indispensabile iniezione di liquidità (come nel DL “Rilancio”), ma altresì al rafforzamento della cooperazione tra imprese all’interno dei distretti industriali (secondo il Monitor di Intesa Sanpaolo parliamo di circa 200 agglomerazioni territoriali, di cui più di venti in Emilia-Romagna), nonché a operazioni di fusione&acquisizione fra PMI;
iii) un profondo intervento istituzionale volto a rafforzare la tecnostruttura del MISE a somiglianza di quello che pose in essere, al principio degli anni ’90, l’allora Direttore generale del Ministero del Tesoro, Mario Draghi. L’economia reale, al pari delle questioni che hanno a che fare con la gestione del bilancio pubblico oggi in capo al MEF, ha bisogno di un presidio dotato di grandi professionalità e vaste relazioni internazionali. Di più: un MISE così potenziato sarebbe il naturale interlocutore della CDP, senza alcuna necessità di ricostituire l’IRI;
iv) la creazione a livello europeo di un “CERN” nel campo della ricerca biomedica e farmaceutica, capace di affrontare con i mezzi necessari la sfida posta dalla ricerca del vaccino al tempo del Coronavirus, replicando così il successo del CERN (Consiglio europeo per la ricerca nucleare) di Ginevra, che vanta una leadership mondiale nella fisica delle particelle. 

*Professore di Economia industriale all’Università di Parma