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EDITORIALE  

E Brexit sia. Ma sarà l'ultima parola?   

di Augusto Schianchi -

03 gennaio 2021, 09:16

E Brexit sia. Ma sarà l'ultima parola?    

In un discorso del 1988, Margaret Thatcher, allora primo ministro, affermava, confermando la presenza inglese in Europa: «Un mercato unico senza barriere… l’accesso diretto… a oltre 300 (oggi 500) milioni delle persone più ricche e prosperose del mondo. Con il Tunnel sotto il Canale che vi dà l’accesso diretto».

Era non solo vero, ma alla creazione di questo mercato unico la Thatcher aveva dato il contributo maggiore. Con il suo rappresentante Arthur Cockfield, che ne è stato l’architetto con la stesura del Single European Act del 1986; ove, tra le altre, passò il principio che la futura legislazione sul mercato unico avrebbe potuto essere approvata a maggioranza qualificata, senza che fosse necessaria l’unanimità.

Poi le cose sono andate come tutti sanno. Dapprima i Conservatori hanno fatto fuori la Thatcher, perché - nonostante sia stata l’artefice del mercato unico - era contraria ad una unione europea politica (tanto da essere chiamata la Signora NO).  Poi Cameron che nel 2016, per ingraziarsi gli elettori sovranisti, aveva indetto un secondo referendum nella convinzione che il Remain avrebbe vinto facilmente (come nel precedente). Ma non è andata così, e la sconfitta si è rivelata fatale per lui. Ha vinto la Brexit, senza un progetto da parte di Cameron nel caso di un’uscita eventuale, ma non impossibile. E dopo 4 anni di lotta politica interna ai Conservatori e 6 mesi di discussione con l’Unione europea, uscita è stata. La Nato non si tocca, il Regno Unito rimane in un mercato europeo senza dazi, ci saranno nuove complicazioni burocratiche. 

Sparisce l’Erasmus per gli studenti, e questo è un vero peccato. Perché un anno a Londra in gioventù equivale ad un anno nella Parigi di Hemingway degli anni ’30. Si «fanno cccose si vede gggente», direbbe Moretti. Si impara a masticare il nuovo esperanto, che non è facile come dicono.

Adesso Boris immagina di fare del Regno Unito una nuova Singapore, offrendo sul mercato globale i propri servizi finanziari (primi al mondo per competitività), i progetti di design più avanzati (con la dozzina di studi di architettura con migliaia di persone ai tavoli di lavoro). Soprattutto il Regno Unito continuerà ad offrire al mondo il suo stile di vita impareggiabile: un mix di stravaganza, capacità d’integrazione del diverso, soprattutto esempio di moderazione e tolleranza.

Gli Inglesi - come gli scienziati - sono dei «rigattieri, che prendono vecchi pezzi, li aggiustano, rimettono insieme, e ne creano dei nuovi».


Ma i rischi non mancano. Nell’Irlanda del Nord i cattolici sono in maggioranza: un domani, rigorosamente dopo un referendum, potrebbero chiedere l’adesione alla Repubblica d’Irlanda indipendente. Lo stesso potrebbe valere per gli Scozzesi, europeisti in larga maggioranza, a chiedere l’indipendenza per rientrare in Europa. La Grande Bretagna che esce dall’Europa, ora rischia di perdere la sua unità? L’autorevole Financial Times non lo esclude.

Chi di referendum ferisce, di referendum perisce. Siamo certi che nei club di Saint James’s, le élites, sempre con lo sguardo rivolto al futuro, stanno già discutendo sul come rientrare in Europa, la Brexin-back, dopo questo periodo di euforia per la ritrovata libertà. Già, libertà, ma per fare cosa?

Intanto il mondo cambia; la pandemia ha lasciato un’eredità indelebile. A partire dal Regno Unito. Il nuovo leader del Labour Keir Starmer, seppure all’inizio, con il suo programma di “new management”, sta ritrovando consensi dopo il disastro Corbin. Se non arriveranno successi significativi sui fronti della pandemia e dell’economia, per Boris, potrebbe essere l’inizio della fine.  A partire dalle prossime elezioni locali di maggio. Non sarebbe una novità: anche Churchill perse le elezioni dopo aver vinto la guerra.

Anche l’Europa cambierà. La Merkel in autunno lascerà (come confermato nel suo discorso di fine d’anno). Ha portato avanti con enormi meriti il progetto dell’Europa unita, ma è pur sempre una prussiana. Ora quel progetto riceverà una nuova accelerazione con Robert Habeck alla guida dei Verdi centristi, ed il bavarese Markus Soder, un moderato con orientamenti green, alla guida della CDU-CSU, al posto di Armin Laschet, erede predestinato di Angela.

Gli eterni innamorati della perfida Albione sapranno aspettare con pazienza. 
«We will meet again».