Sei in Economia

INTERVISTA

"Recovery sfida cruciale per il futuro del Paese": le proposte di Ance

Dal Pnrr al caro materiali: il presidente dell'Ance Gabriele Buia spiega i problemi del settore e le proposte per il futuro 

di Patrizia Ginepri -

16 giugno 2021, 19:22

"Recovery sfida cruciale per il futuro del Paese": le proposte di Ance

 «Dopo tanti anni abbiamo la grande occasione di rilanciare il Paese, dobbiamo avere la certezza di centrare l’obiettivo grazie al treno di risorse in arrivo da Bruxelles». È un vero e proprio appello quello che del presidente dell’Associazione nazionale dei Costruttori edili, Gabriele Buia, perché «in ballo c’è il futuro del nostro Paese. E ci sono problemi da risolvere in tempi strettissimi. Gran parte degli investimenti interagiscono con il mondo delle costruzioni, dalle grandi infrastrutture a quelle dei piccoli comuni e l’Ance ha un ruolo è strategico: fa parte della cabina di regia istituita nell’ambito di una serie di architetture di controlli attuativi che andranno a monitorare tutte le fasi delle opere».


Presidente Buia, è un’occasione da non perdere, cosa occorre fare innanzitutto?
«Per decenni  il nostro Paese ha avuto un enorme problema irrisolto: per spendere un euro di investimento pubblico si impiegavano anni. Grandi opere infrastrutturali realizzate dopo oltre 15 anni e non meno di 5 anni per lavori da un milione di euro. Sono tempi inconcepibili. Oggi abbiamo di fronte una scommessa cruciale, quella di centrare gli obiettivi di utilizzo delle risorse e per il mondo delle costruzioni si parla di 107 miliardi. La vera sfida è utilizzarli, perché le procedure sono sempre state lunghe, farraginose, piene di problemi nelle fasi autorizzative. Per realizzare un investimento e ottenere tutte le autorizzazioni alle fasi progettuali, le amministrazioni appaltanti hanno sempre impiegato anni. Cosa che non avviene negli altri Paesi, dove le risorse, utilizzate rapidamente, contribuiscono alla crescita del Pil. Sappiamo bene che di fronte a una crisi economica il volano della ripartenza è l’investimento pubblico».


Che cosa la preoccupa?
«Abbiamo un arco temporale molto limitato, dobbiamo iniziare i lavori per il 70% delle risorse europee entro il 2022 e per il restante 30% entro il 2023. Ma la grande sfida è che dobbiamo realizzare tutti i   lavori entro il 2026. Uno sforzo titanico. Per questo nel decreto legge semplificazioni si è vista la volontà di iniziare a cambiare passo, ossia di mettere in campo norme che permettano l’accelerazione dei processi di investimento, semplificazioni che, come Ance, chiediamo da anni, necessarie a monte delle gare di appalto e non nei processi di aggiudicazione e nei bandi. Il decreto è stato approvato ed inizia la fase di dibattito, nei 60 giorni necessari per convertirlo. Purtroppo esistono ancora forme di tecnocrazia che cercano di limitare il cambiamento di questo Paese, ma spero che lo sforzo attuato dal governo per approvare il decreto in fase parlamentare possa essere solo migliorato, nell’ottica di una semplificazione e di un cambiamento da mantenere anche dopo il 2026. L’obiettivo è spendere i soldi per una dotazione infrastrutturale che l’Italia deve avere se vuole competere. Non dimentichiamo che il gap rispetto ad altri Paesi è di 80 miliardi di euro».


Perché in questo momento decisivo serve l’impegno di tutti?
«Dobbiamo tenere sempre presente l’aspetto più importante: non è automatico che l’Europa eroghi i miliardi destinati all’Italia, perché Bruxelles condiziona le risorse stabilite all’apertura dei cantieri e ai coefficienti di crescita. In sostanza, se non dimostreremo i risultati raggiunti gli aiuti non arriveranno. Dobbiamo mettere da parte ogni resistenza; come Ance, ad esempio, abbiamo accettato a malincuore, l’estensione delle procedure negoziate di gara, una semplificazione molto spinta. Lo abbiamo fatto solo perché in questa fase c’è un interesse superiore, a patto che vi sia trasparenza e concorrenza».
C’è un altro grande ostacolo sul percorso, il rincaro delle materie prime.
«Il caro materiali è diventato drammatico. Esiste, infatti, una tensione mondiale sulle materie prime che sta preoccupando e rischia di compromettere l’attuazione del Recovery Plan. Non solo. Prezzi sono alle stelle anche per i trasporti. Faccio un esempio. Un container per la Cina costava, in media, dai 1.500 ai 2.000 euro; oggi il prezzo è salito a 10mila euro, con la procedura accelerata addirittura a 18mila. Come settore delle costruzioni lavoriamo tutte le materie prime e i contraccolpi sono pesanti. Il ferro ha subito un rincaro del 150%, il prezzo del legname è triplicato, il rame è salito del 50%, i polietileni del 120%. Sono aumenti pazzeschi che le imprese non riescono a sostenere. L’iter produttivo del nostro settore avviene in anni non in mesi, per cui, in un arco temporale lungo, tutti quanti stanno accusando i rincari iniziati nell’ottobre del 2020. E ci sono contratti in essere che scontano prezzi vecchi sia nel mercato pubblico che privato». 


Quali sono le vostre proposte a riguardo?
«Come Ance abbiamo presentato al governo una proposta revisionale dei prezzi molto equa, che tenga conto dell’aumento delle materie prime con monitoraggio trimestrale. Se la crescita supera l’8% l’ente appaltante ristora l’impresa e viceversa, in caso di decremento superiore all’8% l’impresa restituisce le risorse alla stazione appaltante. L’aumento delle materie prime sta impattando anche sul mondo dei lavori privati, che rappresenta la fetta più grande degli investimenti nelle costruzioni. Ricordiamo che il nostro settore la sua filiera rappresentano il 22% del Pil italiano. Rischiamo di far fallire la ricostruzione che si basa sulle ingenti risorse europee.  Attendiamo una risposta dal governo sui ristori, per non lasciare alle future generazioni un debito impagabile. Non solo. L’aumento scellerato delle materie prime, che in alcuni casi non ha giustificazioni perché frutto di speculazioni, può far crescere a dismisura l’inflazione e di conseguenza i tassi di interesse. E oggi pensare che il debito pubblico italiano possa sostenere l’aumento dei tassi è inconcepibile. Non possiamo permettercelo».