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Spettro inflazione: il rialzo sarà temporaneo? Chi ci rimette (e chi ci guadagna)

Carovita: si infiammano i prezzi, in particolare negli Usa. Colpa delle materie prime. Il  vero nodo è la durata

di Sara Colonna -

28 giugno 2021, 09:12

Spettro inflazione: il rialzo sarà temporaneo? Chi ci rimette (e chi ci guadagna)

L'inflazione viene spesso definita come una tassa occulta, poiché l’aumento dei prezzi di beni e servizi riduce di fatto il potere d’acquisto delle somme a disposizione di famiglie e imprese. L’inflazione, almeno sotto il profilo psicologico, non piace a nessuno. Se i prezzi aumentano, il valore del proprio risparmio detenuto in contante, si riduce. Anche in questo caso, però, le conseguenze non sono uguali per tutti. Il danno subito cresce di pari passo con le somme detenute sotto forma di liquidità.  Per i lavoratori che vivono di mese in mese, con pochi risparmi sul conto corrente, le cose sono un po’ diverse. Infatti, quando si verifica un aumento dei prezzi, gli economisti tendono ad associarvi un parallelo aumento nelle retribuzioni. Anzi, a innescare l’inflazione, in particolari circostanze, è proprio la crescita delle pretese salariali da parte dei lavoratori (quando la disoccupazione è bassa e le imprese faticano a colmare le posti vacanti). 

La cosiddetta spirale prezzi-salari tipica dell’inflazione sperimentata negli anni Settanta, è uno degli scenari ipotizzati per i prossimi mesi soprattutto negli Stati Uniti, poiché il tasso di disoccupazione è sceso con più rapidità rispetto a quanto osservato in Europa. L’argomento ritorna di grande attualità ora che, dopo mesi di politiche economiche e monetarie anti-Covid, si starebbe avvicinando una nuova fase caratterizzata da un’inflazione più sostenuta. Nell’Eurozona il suo tasso ha raggiunto il 2% a maggio, con un’accelerazione dello 0,3% rispetto a febbraio. L’1,19% di questo aumento è stato dovuto all’incremento anno su anno dei prezzi dei prodotti energetici.

 Ma il suo valore è alle stelle  soprattutto nel paese a stelle e strisce. A maggio l’inflazione negli Usa è schizzata al 5% annuo. Mentre l’indice dei prezzi al consumo (che non tiene conto dei beni volatili come gli alimentari e la benzina) ha guadagnato il 3,8% rispetto all’anno scorso toccando il livello massimo dal giugno del 1992. C’è stato un rincaro generalizzato: automobili, elettrodomestici, mobili, biglietti aerei, vestiario, alimenti. Per il momento non è chiaro se questo aumento si rivelerà temporaneo, come affermato sia dalla Fed che dalla Bce o sarà destinato a proseguire. Sfodera ottimismo Christine Lagarde: «Ci attendiamo che l’attività economica accelererà in questo trimestre. Una stretta della politica monetaria sarebbe prematura e metterebbe a rischio la ripresa economica in corso e le previsioni di inflazione». Lo stesso Jerome Powell, parlando martedì al Congresso, ha dichiarato che la paura dell’inflazione non farà alzare i tassi di interesse: «Non alzeremo i tassi preventivamente perché temiamo il possibile rialzo dell’inflazione. Aspetteremo prove dell’inflazione effettiva o di altri squilibri». Il Presidente della Fed ha affermato che l’inflazione è «aumentata notevolmente negli ultimi mesi», pur ritenendo il recente balzo come probabilmente temporaneo. 

Perché l’inflazione dovrebbe rientrare a breve? Sebbene essa rappresenti un problema per il lungo periodo, nel breve termine dovrebbe rientrare. Infatti l’impennata nei prezzi deriva in prevalenza dal fatto che le quotazioni delle materie prime hanno rialzato la testa dopo un 2020 disastroso. Basti pensare, a titolo di esempio, a quello che è accaduto al petrolio. Dopo aver toccato il livello zero lo scorso anno, una risalita delle quotazioni era inevitabile. Il rialzo dei prezzi, a giugno 2021, è concentrato e limitato ad alcuni settori: auto a noleggio, tariffe aeree, turismo, ristoranti. Inoltre l’inflazione può significare un’economia forte, in cui la domanda di beni e servizi è in ripresa. Ma il discorso non finisce qui dal momento che per quanto riguarda le ragioni dell’aumento dei prezzi al consumo dobbiamo chiamare in causa il ruolo delle banche centrali. 
Le autorità monetarie, supportando la politica fiscale con l’immissione di un oceano di liquidità, gettano le premesse per un ritorno voluto dell’inflazione. Dall’inizio della pandemia le autorità americane hanno già stanziato tra i 6.000 e i 9.000 miliardi di dollari in misure di contrasto alla crisi immettendo in circolazione ingenti quantità di denaro liquido. E con l’arrivo di Joe Biden l’economia del Paese ha beneficiato di altri 2.000 miliardi. Si tratta di un enorme pacchetto di stimoli, essenzialmente a beneficio dei privati. 

L’inondazione di liquidità ha generato un aumento del debito pubblico di circa un quarto. Se il controllo dei prezzi, noto come inflation targeting, è stato l’obiettivo degli istituti negli ultimi 30 anni, nel 2020 qualche cosa è cambiato. Nel simposio autunnale di Jackson Hole, trasmesso in videoconferenza, Jerome Powell aveva affermato che la Fed sta allontanandosi dall’obiettivo di controllo dei prezzi. In breve, l’istituto cerca di supportare la crescita economica, anche se ciò creerà inflazione. Ciò è strumentale ad un consolidamento strisciante del debito pubblico? Il debito Usa ora si attesta a oltre 28.000 miliardi di dollari, ossia circa il 130% del Pil annuo. Il fatto è che l’inflazione fa comodo agli Stati per ridurlo. 

Ma perché l’inflazione favorisce i debitori? Mentre i prezzi e i salari tendono ad adeguarsi gli uni agli altri, il debito a tasso fisso resta fermo alle aspettative di inflazione ritenute più corrette al momento della firma del contratto. Così, il creditore riceverà i suoi interessi con un denaro il cui valore, relativamente al prezzo di beni e servizi, è più basso del previsto. Per il debitore, dunque, l’inflazione equivale a uno sconto di fatto sull’onerosità del suo debito; per il creditore, al contrario, si riduce il valore della remunerazione ricevuta. In pratica l’inflazione avvantaggia i debitori che restituiscono meno soldi, in termini reali, di quelli che presero a prestito. 

Anche per il debito pubblico si applica lo stesso discorso: in questo caso è lo Stato, nella sua veste di debitore, ad approfittare dell’inflazione per alleggerire il peso reale del suo debito. Quando l’inflazione sale, infatti, anche il Pil nominale e con esso il gettito fiscale. Quest’ultimo poi potrà essere girato ai creditori: banche, imprese, famiglie. Per gli Stati, e così è stato in certi tratti della storia monetaria dei Paesi, un'inflazione che aumenta è una buona notizia. A titolo di esempio un tasso di inflazione del 2% dimezzerà l’importo reale del debito pubblico in soli 35 anni. Ma non è tutto oro quello che luccica. Se l’inflazione toccherà anche solo il 2%, soglia tollerata dalle banche centrali, qualunque remunerazione inferiore servirà solo a difendere in parte il potere di acquisto del capitale. I risparmiatori si trovano a perdere denaro inconsapevolmente. 
Gli investitori istituzionali sanno che l’inflazione destabilizza i mercati. I ribassi dei listini azionari delle scorse settimane dipendono dai timori di un ritorno dell’inflazione. Il rientro dalle politiche monetarie espansive, in definitiva, metterebbe sotto pressione le borse azionarie come avvenne nel 2013. Se l’inflazione avrà vita lunga l’effetto sui listini potrebbe essere a forma di J. In altri termini un ribasso iniziale delle borse potrebbe essere recuperato da rialzi successivi. L’importante, come sempre, è non farsi trovare impreparati.