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Addio a Niki Lauda, l'anti-eroe mito di una generazione

di Aldo Tagliaferro -

22 maggio 2019, 20:34

Addio a Niki Lauda, l'anti-eroe mito di una generazione

Per quelli della mia generazione Niki Lauda non è stato solo un pilota, ma un eroe. Meglio, un anti-eroe: non un guascone alla Hunt e nemmno un simpaticone alla Regazzoni, non aveva nulla dell'aura tragica e romantica di chi sfida la morte in pista, spesso (allora) perdendo. Lauda fu l'uomo che riportò il Mondiale a Maranello dopo 11 anni di insopportabile astinenza: quello del '75 era il primo titolo in rosso nell'era della mondovisione mentre gli allori da Ascari a Surtees si perdevano nella preistoria della Formula 1. 
Fu grazie a Lauda che il mito della Ferrari cementò la leggenda degli albori con la costruzione di un brand globale. E - sebbene a Enzo Ferrari la cosa non piacesse - a vincere fu il pilota austriaco prima ancora della rossa. Metodico nella messa a punto, maniacale fin dalla dieta,  testimonial (di Parmalat) in anticipo sui tempi, incarnava il prototipo del pilota moderno: le radici di Senna e Schumacher sono nel «ragionier» Lauda, come lo battezzava la stampa con sintesi ingrata. 
E fuori dall'abitacolo Niki era uno schietto fino all'antipatia, uno che ai microfoni si permetteva di dire «casino» (roba da scomuncia in quei tempi) o di tenere testa all'ego monumentale del Drake.
Poi ci fu quel maledetto 1° agosto 1976, il rogo del Nurburgring. Lì l'anti-eroe cinico e glaciale giocò a scacchi con la morte, scampò perfino (dicono) un'estrema unzione e dopo 42 giorni era di nuovo in pista devastato dalle piaghe sotto il casco e con i polmoni ingolfati di fumo. Un miracolo, una follia: fate voi. Ma se salire sulla Ferrari fu un gesto di coraggio enorme, lo fu molto di più un mese dopo fermarsi sotto il diluvio al Gp del Giappone perdendo il Mondiale e ammettere: «Ho avuto paura», senza accampare scuse. Perché un uomo può essere grande anche nei momenti di debolezza.