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L'ANALISI

Così il Capitano ha disarcionato il Cavaliere

di Vittorio Testa -

28 maggio 2019, 10:32

Così il Capitano ha disarcionato il Cavaliere

Poi un giorno di maggio il giovane fromboliere Matteo disarcionò nella polvere il vecchio Cavaliere. E’ il finale della favola di quello che era il centrodestra italiano: finale lieto per Salvini, doloroso per Berlusconi. Nel giro di un anno - il tempo di un lampo, in politica - il leader  leghista, insaziabile bulimico di voti, ha compiuto un’impresa stupefacente e crudelissima, ribaltando il rapporto di forza con gli “azzurri” di Silvio da lui sconfitto per la seconda volta in maniera talmente netta da rendere Forza Italia poco più di un orpello superfluo.
La Lega è stata votata da quasi 10 milioni di italiani e Salvini, detto il Capitano, ha raccolto 2 milioni 200mila preferenze: cifra pari a quanto ottenuto dal partito di Berlusconi, cioè 2 milioni 343mila voti, con il Cavaliere  a 594mila preferenze, e Giorgia Meloni a quota 434mila. Ed è questa buona performance di Fratelli d’Italia, arrivata al 6,4 per cento, soltanto due punti e mezzo sotto gli “azzurri”, la pena aggiuntiva per il dominus di Arcore. Ormai la scelta “generazionale” di Salvini è lampante: rassicura con parole consolatrici l’amico Di Maio, ribadisce il patto con il Movimento 5 stelle uscito quasi dimezzato dall’urna elettorale, e intravede nella crescita della Meloni la possibilità di formare un’eventuale maggioranza Lega-Fd’I, senza Forza Italia. 
Dunque si è compiuto quel disegno di Salvini, un tempo ritenuto irrealizzabile: affrancarsi totalmente dal Cavaliere, togliergli la primazia, sottrargli voti il più possibile e accogliere quei forzisti già in lista d’attesa per salire sul carro del vincitore. Sì, crudele il Matteo Salvini comiziante festoso che il giorno dopo il trionfo, idealmente genuflesso ringrazia «chi c’è lassù», bacia il rosario e affida «al cuore immacolato di Maria non un voto ma un destino di un Paese e di un Continente»: non un accenno, non una parola, per Berlusconi, con il quale molto probabilmente tornerà a duellare in Europa, lui Matteo insieme alla Le Pen e a Farage con l’intento di «rivoltare l’Europa come un calzino», e il vecchio Silvio a far valere il suo residuo valore nell’ambito del Partito popolare bisognoso di costruire alleanze. Impietoso, il Matteo che in cinque anni ha portato la Lega dal 6 per cento al 34,33 per cento, e che ha testardamente voluto un partito «non più schiavo di Berlusconi», «non più bussante ad Arcore con il cappello in mano».
Una grinta, un’autostima altissima, una capacità semplificatoria, un’infallibile capacità  di parlare semplice semplice dicendo quello che la cosiddetta “gente” vuol sentirsi dire: è così che Salvini ha disarcionato il Cavaliere infliggendogli anche l‘umiliazione di considerarlo un alleato buono soltanto per formare maggioranze periferiche. Per l’alta politica, quella governativa, c’è il contratto con «l’amico Di Maio, persona seria e leale». Dunque come in analisi dallo strizzacervelli Salvini ha finalmente ucciso il padre: quel  Silvio che lo trattava come il figliol prodigo, supplicandolo di tornare a casa. Incauto Cavaliere,  ora in esilio al Parlamento europeo.