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EDITORIALE

È da ingrati mettere mano alle pensioni dei generali

di Domenico Cacopardo -

03 giugno 2019, 09:37

È da ingrati mettere mano alle pensioni dei generali

Mario Arpino, già capo di stato maggiore dell’Aeronautica e capo di stato maggiore della Difesa, Vincenzo Camporini, già capo di stato maggiore della Difesa e Leonardo Dino Tricarico, già capo di stato maggiore dell’Aeronautica hanno deciso di non presenziare - per protesta - alla celebrazione della Festa della Repubblica di Roma.
Erroneamente i giornali hanno scritto che non avrebbero partecipato alla sfilata: in realtà competeva e compete loro un posto di rilievo nella tribuna che ospita gli ospiti di riguardo. Un riconoscimento dovuto e usuale. 
Oggetto della contestazione il taglio delle loro pensioni «d’oro» (in attuazione da oggi) e una dichiarazione postata sul Blog delle Stelle da Luigi Di Maio: i «pensionati d’oro» si debbono vergognare per, appunto, le loro pensioni; in fin dei conti con le nuove norme dovranno soltanto tirare un po’ la cintola. 
  Il discorso è difficile, visto che il mondo dei media ha inventato la dispregiativa espressione «pensioni d’oro» e attuato una ingiusta equivalenza tra gli assegni pensionistici di chi ha lavorato per decenni ai vertici delle pubbliche amministrazioni o di imprese private e tutti coloro che, avendo operato, anche brevemente, nelle assemblee elettive, con norme ad hoc si sono liquidati vitalizi, appunto, d’oro, e senza alcun collegamento con le contribuzioni previdenziali.

I principi costituzionali che reggono l’ordinamento specifico, fondato sull’affidamento (il beneficiario deve poter essere fiducioso che le aspettative retributive e pensionistiche stabilite all’inizio del suo servizio nello Stato saranno sempre rispettate), rendono i tagli illegittimi e quindi annullabili dalla Corte costituzionale. Se è vero che c’è un'evidente forzatura nella decisione dei politici di regalare a se stessi una sorta di «favor legis», per tutti gli altri la rilevanza degli assegni consegue al servizio prestato. Sino al 1994, quando venne istituito l’ente previdenziale dei dipendenti pubblici, il Tesoro non accantonava la quota contributiva. La legge prevedeva un calcolo pensionistico sulla base degli anni di servizio e sulla media degli stipendi degli ultimi periodi di lavoro (1, 3 o 5 anni) e quindi la direzione generale delle pensioni, dopo un facile calcolo, erogava gli assegni di quiescenza. Il fatto che non c’era stato accantonamento, non significa che una somma proporzionata alla stipendio non fosse virtualmente destinata alla creazione di un fondo previdenziale. Sarebbe difficile, ma non impossibile calcolare oggi per allora le somme del cui accantonamento il beneficiario dovrebbe fruire. In ogni caso, d’oro o di stagno le pensioni dei dipendenti pubblici e dei dipendenti privati sono state stabilite con leggi dello Stato valide e legittime sulle quali i pensionati e in pensionandi avevano diritto di fare affidamento.
Se c’è sperequazione (e c’è) la Corte costituzionale ha stabilito che l’unico strumento perequativo è la tassazione, cioè l’applicazione di aliquote Irpef idonee a perequare, non l’intervento sulle pensioni. I generali hanno pubblicamente respinto il taglio e la «vergogna».  Nessuno ha speso una parola per una categoria che ha onorato lo Stato italiano, in tutti i teatri di guerra, e in tutte le missioni di pace, dall’Iraq, all’Afghanistan, al Kosovo, a Timor Est, alla Somalia, dando al mondo  testimonianza di professionalità militare, di coraggio e di sensi umanitari. E così alta burocrazia e magistratura. È anche accaduto - e si tratta di una tragica contabilità - che decine di operatori delle forze armate, della magistratura, delle forze dell’ordine, dell’amministrazione civile siano caduti sul campo sotto i colpi del nemico, del terrorismo, della criminalità organizzata. Nessuno dovrebbe essere punito per avere lavorato onorevolmente ai vertici di una qualsiasi organizzazione, e nessuno dovrebbe subire tagli alla pensione legittimamente erogatagli, secondo le leggi vigenti.
Quando la  Corte costituzionale porrà fine all’ingiustizia, ripristinando i principi e le norme della nostra carta costituzionale sarà sempre troppo tardi: perché molti «pensionati d’oro», per ragioni di età, non riusciranno a vedere il riconoscimento del loro buon diritto e perché  l’insulto, l’ingratitudine, il danno economico si saranno già consumati in danno di benemeriti della Patria e della società.
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