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EDITORIALE

Ma la morte di Noa è un atto di accusa

di Vittorio Testa -

06 giugno 2019, 08:31

Ma la morte di Noa è un atto di accusa

Che si sia trattato di eutanasia o di morte voluta per inedia non fa grande differenza. Oggi è un giorno di lutto per tutti noi.  La fuga dalla vita di Noa  Pothoven, la ragazza olandese di 17 anni che ha voluto chiudere l’esistenza divenuta un inferno dell’anima perché devastata da tre stupri, il primo dei quali a undici anni, è una ferita lacerante per la nostra società. Angosciosa e terribile questa tragedia ci chiama a interrogarci su quella che è una sconfitta, un vulnus irreparabile per la nostra civiltà. Noa, questa bella ragazza dagli  occhi azzurri, ha portato dentro di sé per anni gli spaventosi demoni dei raccapriccianti ricordi delle violenze  subite, senza mai trovare una luce, una speranza. «Il mio  corpo è sporco», raccontava sui media e sui social, descrivendo il suo straziante precipitare verso l’abisso della disperazione: «Depressione, tentativi di suicidio, anoressia, autolesionismo.  Trenta ricoveri in centri specializzati. Mi sono rivolta alla Clinica per la fine della vita chiedendo l’eutanasia. Ma mi hanno risposto di no: devo superare il trauma con le cure sino a quando il mio cervello sarà completamente sviluppato, cioè non prima dei 21 anni». In Olanda la legge consente di chiedere e ottenere la spinta statale verso l’aldilà, a partire addirittura da 12 anni a patto che i genitori siano consenzienti. Dai 16 anni in poi, libera «morte dolce» per tutti se muniti di un certificato medico che stabilisca essere il paziente in condizione irreversibile. Nel 2017 sono state 6.585 le persone che hanno ottenuto l’eutanasia: il 4,4 per cento del totale  dei decessi nel Paese famoso per i tulipani e le dighe: queste così  facilmente superabili in materia di fine vita con il riconoscimento legale del diritto di morire: secondo alcuni una sorta di suicidio delegato a uno Stato pietosamente omicida; secondo altri un civilissimo modo di rispettare la volontà del  cittadino  che vuol finire di soffrire la vita. Ma che dire di una società che non riesce ad offrire ai giovani, ai suoi cittadini più vulnerabili, il sostegno necessario, un aiuto a uscire dalla prigionia della depressione: anzi, quasi assecondandone le pulsioni di morte? Quanti di noi, a dodici anni, non hanno pensato per un attimo di voler morire o di uccidere i genitori? Non a caso nel cumulo di devastante sofferenza di Noa c’è, sottesa e dolorosissima, un’invocazione di aiuto: sta nell’accusa alla società di non avere istituito cliniche adibite specificatamente ad assistere i e le giovani vittime di stupri e violenze. Questa agonia pubblica della diciassettenne Noa ha avuto la cadenza di una cronaca  lacerante, indimenticabile nella sua irremovibile  terribilità. I suoi post, gli scritti sul diario telematico pubblico sono trafitture insostenibili  per la nostra coscienza: «Tra dieci  giorni morirò, ho smesso di mangiare e bere. Respiro ancora ma non sono più viva». E ancora: «Va tutto bene, non cercate di convincermi. Sono con la mia famiglia». E l’addio: «L’amore è lasciare andare.In questo caso… Amore da Noa». Come non ribellarsi a questo epilogo sconvolgente, come non tremare davanti al clima di violenza quotidiana che assedia i nostri ragazzi e ragazze, violenza che si incide nel corpo e nella mente; come non chiedere perdono a Noa e insieme a lei ai nostri giovani, figli del tempo e del mondo che abbiamo  malamente costruito per loro?