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ANALISI

Servono imprese dalle spalle più larghe

09 giugno 2019, 09:14

Servono imprese dalle spalle più larghe

Franco Mosconi

Servono le grandi imprese? La domanda è tutt’altro che nuova e anima da tempo il dibattito economico. Ma, qui e ora, può tornare utile porsela nuovamente. E’ un altro modo, infatti, per riflettere sulla nomina –  una settimana fa – da parte del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, dei nuovi Cavalieri del Lavoro: annuncio che ha toccato in maniera assai significativa la città di Parma.
Guido Barilla e Giampiero Maioli guidano due autentiche eccellenze di questo territorio, rispettivamente, nell’industria alimentare (Gruppo Barilla) e nella finanza (Crédit Agricole Italia), eccellenze caratterizzate da una forte impronta internazionale: “L’artefice del marchio globale” e “L’uomo delle fusioni bancarie” ha scritto Il Sole 24 Ore nel tratteggiarne i profili. Francesco Pugliese, parmigiano d’adozione, guida – per citare ancora il quotidiano economico – “la più grande organizzazione cooperativa italiana di imprenditori indipendenti del commercio al dettaglio” (Conad).  Parliamo di tre personalità di grande valore umano e professionale, competenti e carismastici. Sul piano più strettamente aziendale, parliamo di tre gruppi operanti in settori di attività profondamente diversi fra loro. Un elemento in comune, a ben vedere, c’è: sono tre gruppi di grande dimensione. Da qui la domanda posta all’inizio: servono le grandi imprese?
Nel Paese, il nostro, che per molti lustri ha coltivato (giustamente e legittimamente) l’idea – se non il culto - del “piccolo è bello”, la domanda è scomoda. Eppure, oggi più di ieri, ineludibile.
L’industria manifatturiera è stata ed è tuttora il teatro principale del dibattito. Fu Joseph A. Schumpeter, fra i più influenti pensatori del Novecento, economista e sociologo insieme, a sostenere con particolare forza negli anni ’40 e ’50 la tesi della superiorità dell’impresa di grandi dimensioni (quasi un’impresa monopolistica) per l’introduzione di innovazione tecnologiche.
D’altronde, in quella fase leggendaria della nostra storia che va sotto il nome di “miracolo economico” (il famoso “boom” italiano fra gli anni ’50 e ’60 del secolo scorso), non sono forse legate alla Olivetti e alla Montecatini – due grandi imprese – invenzioni e innovazioni di portata straordinaria quali il primo personal computer del mondo (La Programma 101) e il polipropilene (Moplen)?
Certo, gli anni ’70 – con i due shock petroliferi - e i decenni successivi raccontano un’altra storia, che è quella, per l’appunto, del “piccolo è bello”. Un modello di sviluppo cosiffatto ha contribuito a diffondere, in modo particolarmente accentuato da queste nostre parti (la Via Emilia e dintorni), il benessere a larghi strati della popolazione proprio grazie a una vocazione imprenditoriale diffusa. Sono gli anni eroici dei distretti industriali, agglomerazioni territoriali di tante piccole e medie imprese.
Con l’ingresso nel XXI secolo tre accadimenti sconvolgono il panorama economico così come eravamo abituati a conoscerlo. Primo, la nuova globalizzazione, quella che ha portato fra i grandi protagonisti – accanto all’Occidente e al Giappone - la Cina, l’India, il Brasile e numerosi altri paesi emergenti. Secondo, la rivoluzione delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, che procede incessantemente nel senso dell’iper-connessione. Terzo, la nascita dell’euro, ossia, un regime di cambi fissi e la fine delle svalutazioni competitive. Il big crash del 2008, col carico delle sue dolorosissime conseguenze, può essere visto come il quarto accadimento di questo nostro breve excursus.
Tutto ciò ha prodotto il risultato di cambiare – in primis, nell’industria manifatturiera – le regole del gioco, con una crescente polarizzazione fra due insiemi di imprese: quelle che ce la fanno, quelle che sono costrette a uscire dal mercato. Per le prime, torna a essere rilevante la dimensione giacché l’attività di ricerca e sviluppo (R&S) – sempre più indispensabile per innovare nei prodotti e nei processi – è un’attività costosa e rischiosa. Così come lo è l’altra attività strategica fondamentale: l’internazionalizzazione, vista come capacità sia di esportare sia di realizzare investimenti diretti esteri.
Torniamo così ai Cavalierati del Lavoro. Barilla è una delle pochissime “multinazionali” (grandi imprese con un fatturato superiore ai 3 miliardi di euro) manifatturiere italiane, con 28 poli produttivi sparsi per il mondo e con un marchio riconosciuto a livello globale, che al pari della R&S necessita di continui investimenti. Crédit Agricole Italia ha investito negli ultimi anni nel nostro Paese oltre 4 miliardi di euro, ed essendo parte del gruppo leader in Europa nella gestione del risparmio e nella bancassurance beneficia delle strategie della capogruppo (si pensi ai 15 miliardi di investimenti annunciati qualche giorno fa a Parigi per lo sviluppo digitale). Della leadership di Conad s’è già detto, una posizione destinata a rafforzarsi con la recente acquisizione per un miliardo di euro delle attività di Auchan Retail Italia, che significano circa 1.600 punti vendita in più.
Sì, servono imprese dalle spalle più larghe.

Professore di Economia industriale, Università di Parma e Collegio Europeo