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EDITORIALE

La lezione spagnola e danese per il Pd

di Domenico Cacopardo -

10 giugno 2019, 08:34

La lezione spagnola e danese per il Pd

Paradossalmente, il risultato delle europee ha consegnato a Giuseppe Conte il bastone del comando. Benché, soprattutto dopo la conferenza stampa del premier nella quale ha bacchettato i rissosi alleati di governo, ma soprattutto Salvini, i due vicepresidenti abbiano dato il via a una sua estromissione dai loro passi politici (vertici, prossime decisioni del governo, programmi), la realtà s’è incaricata di cambiare le carte in tavola. 
Ciò che è emerso dal post-eurepee, è che il Movimento 5 Stelle, dopo l’iniziale sbandamento, ha deciso di scongiurare ogni ipotesi di elezioni anticipate, di accettare, quindi, la primazia di Salvini e la sua agenda politica (autonomia rafforzata di Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna, il nuovo segreto sicurezza e i minibot), e di ribadire l’inutile proposta (che allargherà l’area del lavoro nero) di un salario minimo. Questo significa che Giuseppe Conte ha in mano l’arma finale, quella che può colpire Lega e 5 Stelle: le dimissioni. Una scelta dirompente per i due partiti, costretti ad affrontare uno scioglimento delle camere e una rivolta interna dei gruppi grillini.
Occorrerà vedere come si gestirà il primo ministro. Se un anno di Palazzo Chigi  gli ha insegnato come rivendicare un ruolo che, se fosse adeguatamente onorato, lo collocherebbe nei libri di storia.
È lui (con Sergio Mattarella, Giovanni Tria e sullo sfondo Draghi), il baluardo che può negoziare con l’Europa e impedire alcune follie, ancora più devastanti del reddito di cittadinanza (piuttosto svuotato nell’applicazione) e quota 100.
Ed è a lui che guardano i ceti produttivi e responsabili, che hanno fatto sentire la loro voce forte e chiara nel convegno dei giovani imprenditori di Rapallo.
Purtroppo, in questa drammatica situazione, mancano voci autorevoli che sappiano interpretare le esigenze e la volontà dell’Italia del lavoro. Nicola Zingaretti, leader attuale del Pd, se n’è uscito rievocando i successi dell’Ulivo (due vittorie di Romano Prodi). Così, dimostra - come tanti peraltro - di non avere capito che il film è cambiato col passaggio dal maggioritario bipolare al proporzionale. 
Nel vecchio (prima Repubblica) e nuovo sistema, vale il principio meneghino «Ofelè fa el to mesté!». Ognuno deve fare il suo mestiere: la destra, la destra, il centro, il centro, la sinistra, la sinistra. L’ha spiegato bene, in una recente intervista, Massimo D’Alema: l’area nella quale il Pd può e deve pescare è l’area della sinistra tradizionale con le sue organizzazioni sociali. Il corollario è esplicito ed evidente: è inutile, antistorica e controproducente l’idea-madre di sfondare al centro. In qualche misura è la lezione impartita da Pedro Sánchez in Spagna e da Mette Frederiksen, in Danimarca. Entrambi hanno vinto presentandosi col loro volto e i danesi hanno addirittura introdotto il tema delle migrazioni (gli ingressi indiscriminati e caotici danneggiano i ceti popolari, non solo dal punto di vista abitativo, ma anche dal punto di vista lavorativo, viste le conseguenze sul mercato del lavoro nazionale).
Questo dovrebbe indurre la dirigenza del Pd a un’approfondita riflessione.
Del resto, dato che la politica è una scienza geografica (oltre che esatta) tocca ad altri, per esempio a Renzi e Calenda (sono tra loro compatibili?) il tentativo di occupare lo spazio centrale dello schieramento sociale e politico e di tentare di rappresentarlo. Se ciò accadesse e avesse anche solo una parte del consenso latente nel Paese, i giochi sarebbero riaperti e il centro-sinistra potrebbe proporsi come credibile alternativa all’attuale maggioranza. 
A meno che «Iupiter omnis vult dementat prius», Dio voglia accechi tutti.