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Investimenti: le uniche spese che assicurano benefici futuri

di Alfredo Alessandrini (Docente di materie economiche al Collegio Europeo) -

13 giugno 2019, 10:19

Investimenti:  le uniche spese  che assicurano benefici futuri

Le ultime due settimane appena trascorse sono state estremamente significative dal punto di vista dell’economia del nostro Paese. La prima notizia viene dall’Istat che ha rivisto a maggio le stime di crescita previste ad aprile. In estrema sintesi l’Istat prevede una crescita pari a zero nel 2019. Quindi dopo il Fmi, l’Ocse, la Banca d’Italia anche l’Istat prevede una stagnazione dell’economia nel nostro Paese. Pertanto la crescita «robusta» prevista dal governo pare non essere più realistica. Questo è un dato preoccupante in quanto, in uno scenario europeo negativo dal punto di vista della crescita, evidenzia l’attuale situazione di maggiore difficoltà della nostra economia. La mancata crescita del Pil ha ricadute rilevanti sulla sostenibilità dell’ingente debito pubblico italiano. 
Il tasso di crescita del Pil, infatti, deve essere superiore al tasso di interesse del debito pubblico al netto dell’inflazione. 
Una crescita pari a zero non consente quindi di ripagare gli interessi del debito. 
E qui si aggiunge l’allarme del Governatore Visco che nella sua relazione aggiunge un aspetto da tenere presente: lo spread, che resta al di sopra di 250, frena la crescita. 
C’è quindi un rischio di «avvitamento tra debito e crescita piatta».  La situazione sopra esposta evidenzia che, allo stato, le misure introdotte (reddito di cittadinanza e quota 100) si prevede abbiano effetti estremamente ridotti sulla domanda interna e quindi sul Pil. 
In questo quadro arriva la raccomandazione della Commissione europea che fonda la sua analisi critica da un lato sull’assenza di manovre di politica economica in grado di far ripartire la crescita del Pil e dall’altro dall’aggravamento del debito pubblico in quanto le scelte economiche fatte pesano sul deficit/Pil .
Il ministro Tria afferma che se il Pil cresce non serve sforare i parametri europei. Ma la verità è che il Pil è previsto dagli osservatori internazionali e dall’Istat praticamente con crescita pari a zero. La risposta del ministro dell’Economia non è stata considerata sufficiente e quindi la Commissione europea ha ritenuto giustificata l’adozione della procedura di infrazione contro l’Italia per il debito eccessivo.  Quindi si apre ora una fase negoziale fra il nostro governo e la Commissione eruropea per verificare la possibilità di evitare la procedura di infrazione. 
Certo non giova, in questa fase, l’approvazione del Parlamento di una mozione per l’emissione dei cosiddetti minibot .  Potrebbero essere usati   per pagamenti dello Stato a chi ha crediti nei suoi confronti e per i cittadini per pagare tasse e beni e servizi.  In pratica sarebbe una valuta parallela all’Euro.  Al di là del giudizio tecnico negativo, in un momento come questo con una trattativa difficile   e delicata con L’Europa, crediamo che questo ulteriore inciampo potesse essere evitato.  Tutti questi fatti si inquadrano nel problema più generale di una revisione dei parametri che governano il debito pubblico nei paesi dell’Eurozona.  Ma per ottenere questo risultato occorrerebbe evitare prese di posizione radicali che non giovano ad una negoziazione utile. 
Prendo a prestito da John Kenneth Galbraith, un economista keynesiano particolarmente acuto, la riflessione che la politica economica si deve basare su una spesa pubblica orientata alla crescita futura.  Quindi si può operare a debito per gli investimenti e, per la spesa corrente, per la scuola e per la sanità. Gli investimenti, infatti, danno benefici economici alle generazioni future mettendole in grado di sostenere i costi del debito.  Lo stesso vale per la scuola; ma anche la sanità, migliorando la qualità di vita, porta un vantaggio alle generazioni future. Tutto quanto invece ha ricadute sulle generazioni presenti e non su quelle future non si dovrebbe fare in deficit.  Questo principio è stato ampiamente disatteso nel passato ma anche nelle attuali scelte di politica economica. Non dovrebbero essere fatte in deficit misure di redistribuzione del reddito e misure fiscali in quanto danno benefici alle generazioni presenti scaricando i costi del debito sulle generazioni future.
Per impostare correttamente  un’azione decisa volta alla revisione dei parametri europei occorrerebbe ispirarsi ai principi sopra evidenziati. In particolare bisognerebbe ottenere flessibilità importanti per le spese in deficit che danno benefici strutturali e quindi futuri in modo da compensare il maggior costo del debito a carico delle generazioni future. Nel contempo bisognerebbe seriamente fornire  una revisione organizzativa della struttura pubblica in grado di garantire rigore ed efficienza nella gestione della spesa. Su queste basi crediamo ci possano essere concrete possibilità di un intervento di miglioramento  sulla attuale rigidità dei parametri europei.