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Il «partito della crisi» che non piace ai Cinquestelle

di Luca Tentoni -

20 giugno 2019, 10:57

Il «partito  della crisi»  che non piace ai Cinquestelle

Il ritorno di Salvini dagli Usa e l'approssimarsi del giudizio dell'Ue sulla procedura d'infrazione a carico dell'Italia sembrano avviare il percorso della legislatura e del governo verso le elezioni anticipate. Il "casus belli" potrebbe essere costituito da quella che impropriamente si definisce "flat tax", proposta dalla Lega. I Cinquestelle, per salvare l'Esecutivo ed impedire il voto a settembre, sembrano disposti ad accogliere la richiesta, ma ora gli interlocutori che contano sono altri: i partners europei, in primo luogo; i mercati, in secondo. Un'eventuale turbolenza, nel pieno di uno scontro frontale fra l'Ue e il governo italiano potrebbe essere il motivo conduttore di una campagna elettorale leghista che si trasformerebbe in un referendum sull'Europa. Si sta delineando, insomma, un forte ed eterogeneo "partito della crisi", che non è costituito solo da buona parte della Lega e da quello che potrebbe essere il futuro alleato (Fratelli d'Italia) della coalizione sovranista da presentare agli elettori, ma anche dal Pd. Il partito di Zingaretti sta attraversando un momento molto delicato: per il nuovo leader, avere la segreteria senza i renziani ma i gruppi parlamentari a forte presenza dei fedelissimi dell'ex sindaco di Firenze è un problema. L'ipotesi di una scissione è reale, ma se si votasse a settembre (con scioglimento delle Camere a luglio) nessuno andrebbe via dal Pd, per l'impossibilità di creare e lanciare in pochissimi giorni un nuovo soggetto politico.  
Chi invece non vuole la fine della legislatura è in primo luogo il M5s: Di Maio e i suoi sanno che alle politiche il Movimento va meglio che alle altre elezioni, però sono coscienti che l'ascesa della Lega e la tenuta del Pd impediranno verosimilmente ai Cinquestelle di ottenere il gran numero di seggi che hanno adesso. Se poi Salvini e Meloni ottenessero la maggioranza nel nuovo Parlamento, nel M5s si aprirebbe la resa dei conti sul leader e ci si dovrebbe preparare ad una lunga traversata nel deserto dell'opposizione. Nella battaglia per salvare la legislatura gli alleati - incredibile a dirsi - dei pentastellati sono i renziani (che non vogliono uscire decimati da nuove elezioni basate su liste del Pd completamente rinnovate e orientate a rappresentare meglio la maggioranza di Zingaretti) e i berlusconiani fedeli al Cavaliere (che temono di tornare a ranghi ridotti in Parlamento e soprattutto hanno paura da una parte del sorpasso di FdI su FI e, dall'altra, della nascita di un gruppo di centrodestra guidato da Toti, che potrebbe sottrarre consensi moderati al già esiguo patrimonio elettorale "azzurro"). In questa partita il Quirinale ha un ruolo importante, perchè Mattarella può dettare i tempi della crisi, rendendo difficile il voto a settembre. Se le elezioni avessero luogo nella primavera del 2020, chi scriverebbe la legge di bilancio, trovando i fondi necessari per evitare l'aumento dell'Iva e introdurre la "flat tax"? Se poi arrivasse la tempesta sui nostri titoli, chi si prenderebbe l'onere di gestire la situazione da Palazzo Chigi? Sono tutte domande senza risposta. Per ora, il "partito della crisi" può prevalere. Ma tutto è legato a troppe variabili, nazionali e internazionali, per prevedere come andrà a finire.